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DISCEPOLI MISSIONARI NELLE PERIFERIE DEL GUATEMALA

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Dal 7 al 9 novembre abbiamo celebrato nella città di Chimaltenango il IV Congresso missionario guatemalteco (Comgua IV), nel solco di una tradizione non solo nazionale, ma latinoamericana. Sono momenti forti nel cammino delle Chiese locali, le quali mettono il meglio di se stesse nella preparazione e nella realizzazione di un evento destinato certamente a lasciare profonde tracce nelle comunità cristiane.

Nel contesto di un impegno capillare che ogni Chiesa locale sta portando avanti per vivere intensamente e ad ogni livello in “stato di missione”, il Congresso ha avuto come tema di fondo: “Teniamo lo sguardo fisso su Gesù: è lui che ci ha aperto la strada della fede, e ci condurrà sino alla fine” (cfr. Ebrei 12,2).

Il dibattito che si è svolto durante i lavori di gruppo ha evidenziato come la missione che cerchiamo di vivere come discepoli di Gesù incontri non poche difficoltà, per non dire minacce: la cultura globalizzata tenta di rinchiuderci in noi stessi, nell’individualismo, e potremmo addirittura dire che “ci proibisce” di pensare e pianificare in termini comunitari.

Però siamo sempre più coscienti che la trasformazione missionaria delle nostre Chiese passa per la trasformazione di noi stessi e, per dirlo al modo di papa Francesco, ci scuote e ci fa “Chiesa in uscita missionaria” verso le periferie esistenziali e geografiche del Guatemala. Abbandonando le sicurezze delle sacrestie e lasciandoci coinvolgere dalla vita della gente, soprattutto degli esclusi e di quanti sono classificati come “scarti”.

Tenere “gli occhi fissi su Gesù” significa assumere nella nostra vita personale e comunitaria uno specifico stile missionario, portando nel cuore l’amore gratuito del Padre, curvandoci sui fratelli e sulle sorelle ferite, toccando la carne di Cristo nelle loro sofferenze. Uno stile che ci rende partecipi in modo più serio e attivo della storia che condividiamo con ogni fratello e sorella del Guatemala, impegnandoci a far sì che il regno di Dio penetri nel tessuto della nostra società, storicamente segnata da grandi sofferenze.

Alla stregua di papa Francesco, in vari momenti del Congresso è risuonata la necessità di un incontro con il Cristo vivente, che scuota le nostre coscienze e ci faccia riscoprire l’esodo di cui hanno bisogno le nostre comunità cristiane; un esodo che diventi allo stesso tempo un dono, facendoci discepoli-missionari “in uscita” con il meglio di noi stessi verso le periferie guatemalteche. Come discepoli-missionari siamo altrettanto convinti di vivere in un’epoca che sta cambiando profondamente e che esige da noi un contributo senz’altro creativo, accompagnato da un atteggiamento umile e di servizio.

Ma questo è anche il tempo del coraggio fondato sulla promessa dello Spirito, che ci fa discepoli audaci di Gesù di Nazaret.

Questo richiamo allo Spirito è stato accolto con entusiasmo dai moltissimi giovani partecipanti. Durante il Congresso abbiamo anche fatto memoria dei nostri martiri: nella loro testimonianza, Gesù ha portato a compimento la loro fede e aiuta la nostra. Non è stato un ricordo formale; si è fatta memoria di coloro che ci spronano a lasciarci coinvolgere totalmente, senza riserve, in quest’ora della storia della Chiesa in Guatemala. È indubbiamente un invito pressante alla sequela di Gesù nell’oggi del Guatemala e, più precisamente, nell’oggi del Quiché!

Tutto ciò esige certamente una ricerca che ci porti sempre di più a una necessaria conversione pastorale affinché le nostre comunità siano meno autoreferenziali e più capaci di manifestare la prossimità del Dio della tenerezza. Una Chiesa che deve intensificare un processo di valutazione delle stesse strutture pastorali affinché siano accoglienti e spingano verso le periferie esistenziali. È lo “spirito di Aparecida”, ovvero della V Conferenza generale dell’episcopato latinoamericano, del 2007, che papa Francesco ha indicato anche a tutta la Chiesa nella sua esortazione apostolica Evangelii gaudium.

E poiché questa è la mia ultima puntata nella rubrica “Ultima di MO”, colgo l’occasione per ringraziare di cuore la redazione della rivista per l’opportunità concessami di condividere alcuni momenti di vita della Chiesa del Quiché con gli amici e i lettori di “Missione Oggi”.



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