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DELIBERATA SOVRASTIMA DELLA DEVIANZA STRANIERA

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I residenti stranieri in Italia nel 2018 erano 5.255.503, pari all’8,7 per cento della popolazione (Idos, Dossier statistico immigrazione 2019). I detenuti nelle strutture penitenziarie al 31 gennaio 2020 erano 60.971, di cui il  32,54 per cento  (19.841) di cittadinanza straniera (Ministero della Giustizia,Statistiche, giustizia.it). Il disvalore esistente fra la dimensione percentuale degli stranieri sul territorio nazionale (8,7) e quella degli stranieri in carcere (32,5) ha alimentato negli italiani, ma non solo in loro, una diffusa convinzione dell’esistenza oggettiva di una maggior propensione a commettere reati da parte degli stranieri. 

UNA LETTURA NON CORRETTA

Questa lettura non risponde all’esigenza di spiegare i motivi della maggior presenza di stranieri in carcere rispetto alla loro presenza fuori. Anzitutto, anche una persona non particolarmente esperta di analisi sociologica dovrebbe accorgersi fin da subito che il valore percentuale dei residenti si riferisce al confronto con l’intera popolazione autoctona, compresi quindi lattanti e centenari, mentre il valore carcerario si riferisce per lo più all’area della popolazione attiva sul fronte criminale, concentrata tendenzialmente (anche se non esclusivamente) nella fascia 26-49; all’interno di questa perimetrazione gli italiani sono il 41,5 per cento della popolazione totale (Statistiche Comuni italiani 2017, comuniitaliani.it) vale a dire circa 25 milioni e quindi i 5,5 milioni di stranieri cominciano a divenire oltre il 20 per cento del valore di riferimento, ponendosi in una grandezza molto lontana da quel 9 per cento scarso di partenza. Se questa considerazione può non essere bastevole per spiegare appieno la discrasia, occorre tuttavia tenerla presente addentrandosi nella lettura delle statistiche giudiziarie.

LE STATISTICHE GIUDIZIARIE

Istat (Delitti, imputati e vittime dei reati 2017, istat.it) dice infatti che nel 2014 i reati denunciati presso le Procure della Repubblica risultano essere, più frequentemente, i furti (11,3 per cento), le lesioni personali volontarie (10 per cento), l’omesso versamento delle ritenute previdenziali (9 per cento), le minacce (8,7 per cento) e le ingiurie (8,4 per cento). Tuttavia, in base al paese di nascita degli imputati, scopriamo che tra i gli italiani è maggiore la presenza del reato di omesso versamento delle ritenute previdenziali (10,4 per cento), seguito dai reati di minaccia (9,7 per cento), ingiuria (9,6 per cento), e lesioni personali volontarie (9,4 per cento), mentre per gli imputati stranieri il primo reato è il furto (19,1 per cento), seguito dalle lesioni personali volontarie (11,7 per cento), dalla produzione e spaccio di stupefacenti (9,3 per cento) e dalla ricettazione (8,5 per cento). Per gli stranieri risultano più frequenti anche le violazioni inerenti alla normativa dell’immigrazione, la rapina e i reati legati alle falsificazioni. Altre differenze riguardano la maggiore varietà di reati commessi dagli italiani rispetto agli stranieri.

Appare opportuno ricordare come il numero assoluto dei condannati per delitto tra il 2000 e il 2017 abbia espresso valori in costante diminuzione, anche se nel 2018, le sentenze definitive sono leggermente aumentate rispetto al 2017 (Istat, Annuario statistico 2019, § 6: Giustizia, criminalità e sicurezza, istat.it).

Ma se i reati sono complessivamente in calo, perché vi è stata una ripresa della crescita della popolazione penitenziaria (composta da italiani e stranieri insieme)? Oltre tutto ciò è avvenuto nonostante i provvedimenti normativi promossi dal Governo per deflazionare la popolazione carceraria, in ottemperanza alle condanne ricevute dalla Corte europea dei diritti umani che ha censurato la gestione del sistema penitenziario italiano, reo di aver ripetutamente violato il divieto di trattamenti inumani e degradanti sancito dalla Convenzione europea dei diritti umani ma anche dalla nostra Costituzione.

L’indice di affollamento delle carceri in Italia risulta tuttora molto elevato, con un valore del 114 per cento al 31 marzo 2020 (World Prison Brief Data, Italy, prisonstudies.org) significando che ogni 100 posti disponibili se ne utilizzano 114.

Se è vero che al problema del sovraffollamento si è cercato di rispondere anche attraverso l’edilizia penitenziaria, aumentando la capienza tra il 2010 e il 2018 del 12,3 per cento (Istat, Annuario statistico cit. 2019), il risultato non è stato per nulla soddisfacente e la domanda posta prima esige tuttora una risposta, in forza della quale potremo anche tentare di comprendere il disvalore fra stranieri presenti e stranieri in carcere.

Gli interventi normativi avrebbero dovuto agire su due fronti: da un lato consentendo ai condannati di accedere più agevolmente all’esecuzione penale esterna, dall’altro limitando gli ingressi con finalità cautelari (ovvero il carcere sofferto prima che una sentenza accerti definitivamente la responsabilità, per motivi specificati dal vigente codice di procedura penale).

GLI STRANIERI ENTRANO PIÙ FACILMENTE IN CARCERE… 

Antigone (XV Rapporto sulla detenzione in Italia 2019, antigone.it) spiega bene come  proprio nei confronti degli stranieri la custodia cautelare si utilizzi in misura più rilevante rispetto agli italiani, soprattutto nelle prime fasi del procedimento e il dato è confermato da Istat (Annuario statistico cit. 2019) il quale afferma che ogni 100 detenuti stranieri ce ne sono 62 che scontano una condanna definitiva (tra gli italiani circa 69), mentre  in attesa di primo giudizio vi sono circa 19 stranieri su 100, contro 15 italiani. Per quanto riguarda i condannati senza condanne definitive, sono più frequentemente stranieri gli appellanti e i ricorrenti, mentre il “gruppo misto” caratterizza di più gli italiani (2,5 contro 1,2 per cento), anche in conseguenza del maggior numero di reati pro-capite mediamente ascritti agli italiani. La quota di detenuti sottoposti a misure di sicurezza è pari allo 0,7 per cento tra gli italiani e allo 0,3 tra gli stranieri.

Antigone (Rapporto cit. 2019) ritiene inoltre che gli stranieri accedano meno anche alle misure alternative alla detenzione; prendendo a riferimento la detenzione domiciliare ai sensi della Legge 199 del 2010 il Report dell’associazione rileva un disvalore di circa il 5 per cento tra la percentuale degli stranieri dentro e quella di chi sconta la pena in detenzione domiciliare.

… E NE ESCONO PIÙ DIFFICILMENTE

In definitiva, se gli strumenti deflattivi hanno assai parzialmente esaudito le aspettative di riduzione dell’uso del carcere in generale, per gli stranieri lo hanno fatto in modo ancor più insoddisfacente; gli stranieri, rispetto agli italiani, entrano più facilmente in carcere e ne escono più difficilmente, e questo può dare finalmente conto del perché esista un disvalore fra la loro rappresentatività sul territorio e all’interno delle mura carcerarie.

Naturalmente questo assunto non risponde al tentativo di comprendere i motivi per i quali molte persone, del tutto digiune di conoscenza del dato penitenziario ritengano pregiudizialmente gli stranieri molto più portati a delinquere degli italiani e che, ancor più fanno dipendere la loro percezione di insicurezza dall’accresciuta presenza di stranieri sul nostro territorio. Per provare a capire questa sedimentazione ideativa, tanto diffusa quanto scientificamente inattendibile, servono dunque altri strumenti di riflessione.

LE EVIDENTI RESPONSABILITÀ DEL SISTEMA MEDIATICO

Sono innegabilmente ricorrenti, in special modo nei mezzi di informazione vicini a una certa visione politica, le narrazioni di fatti di cronaca tese a rinforzare l’idea di una criminalità pervasiva e impunita le cui malefatte, per questa sottospecie di informazione, sono per lo più riconducibili agli stranieri presenti in Italia, sia come regolari sia, e soprattutto, come clandestini, che agiscono indisturbati nel nostro paese, facendosi beffe del sistema processuale e sanzionatorio vigente. 

Pensiamo ai titoli dei giornali che definiscono gli autori di reato in base all’etnia di appartenenza, cosa che non avviene, invece, quando l’autore è un italiano ma anche ai servizi degli inviati di alcuni programmi televisivi i quali, con apparente neutralità, intervistano supposti cittadini qualsiasi, che in realtà non aspettano altro, al fine di ricevere accorate testimonianze, la cui premessa è sempre e comunque la rassicurazione di non essere razzisti, sull’insostenibilità della convivenza con “questa gente” che, nell’ordine, spaccia, ruba e non fa niente tutto il giorno.

Si tratta di affermazioni ovviamente non generalizzabili e non corrispondenti al vero in un’ottica sociale di macro analisi che tuttavia producono notevole turbamento, soprattutto nei cittadini culturalmente meno dotati e negli amministratori locali con minori capacità di consapevole lettura dei fatti, i quali finiscono sempre per evocare l’allarmante situazione della “sicurezza” cui metter mano riaffermando la “certezza della pena”.

UN OTTIMO ANTIDOTO AL PREGIUDIZIO

Il problema della criminalità degli stranieri richiede, pertanto, di essere inquadrato in modo corretto, partendo dal presupposto che si tratta di un tema da affrontare non separatamente dall’analisi della criminalità in generale e mai disgiuntamente dalla normativa vigente in tema di immigrazione. La lettura delle statistiche relativa a dimensioni, valore e modalità di integrazione e positiva convivenza degli immigrati può essere un ottimo antidoto al pregiudizio che li vorrebbe tutti e solo delinquenti.

A fianco di tale disseminazione non può essere tralasciato un impegno convinto nella educazione alla legalità, nel senso di una proposta capace di andare oltre alla mera acquisizione conoscitiva della normativa italiana, orientata nella direzione di politiche sociali inclusive e condivise con le comunità etniche presenti sul territorio, magari partendo proprio da una significativa riflessione, meglio se agita in un progetto concreto, verso i propri connazionali detenuti in carcere.

GLI STRANIERI COME CAPRO ESPIATORIO

Nella prospettiva delineata, gli stranieri (categorizzati senza alcuna distinzione) diventano una minaccia generativa di paura collettiva, per molti versi assai più comoda da gestire, in quanto alloctona, rispetto ai più complicati, e magari talvolta anche giustificati, timori soggettivi. Gli stranieri diventano quindi il capro espiatorio, sempre disponibile, delle fragilità degli italiani, soprattutto nelle situazioni di forte cambiamento sociale e/o di crisi economica, e la fase di recupero della normalità susseguente all’emergenza sanitaria da Covid-19 cui stiamo per accedere, non lascia certo presagire un miglioramento di questa visione.

L’analisi della realtà soccombe di fronte alle affermazioni “della pancia”, salvo improvvise e ardimentose giravolte quando si deve dar conto, e capita spesso, di stranieri vittime di italiani. Basti pensare ai drammatici casi di sfruttamento, vere e proprie schiavitù, nel mercato del sesso a pagamento, nelle agromafie, nella gestione dell’immigrazione clandestina e nei molteplici ed eterogenei altri casi.

Vi è anche da dire che la maggior parte delle denunce a carico degli stranieri riguarda l’area della criminalità da strada, avente un evidente, stretto rapporto con la percezione di insicurezza generatasi in alcuni settori della cittadinanza e questo non favorisce una lettura più attenta e pacata del fenomeno; eppure proprio a questo proposito va ricordato come gli stranieri, a causa della loro vulnerabilità soggettiva, specialmente se costretti in una condizione di clandestinità, siano spesso a rischio di vittimizzazione più che di divenire autori di reato e come, comunque, talo stato di vulnerabilità li esponga notevolmente alle profferte reclutatorie del lavoro nero se non della criminalità organizzata (ma spesso le due cose coincidono). Anche solo per questo motivo, le posizioni di irregolarità, andrebbero sanate con la maggior efficacia e rapidità possibile.



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