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CON I LAICI, IL DIALOGO E COMUNITÀ AUTENTICHE

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L’annuncio del Vangelo è la preoccupazione fondamentale di un vescovo, anzi l’unica, perché tutto il resto è orientato a questo. Ma come annunciare il Vangelo oggi a Brescia? A prima vista, sembra abbastanza facile, perché il senso di appartenenza alla Chiesa cattolica è dominante. L’uomo, si sa, ha bisogno di accompagnare i momenti importanti della vita con gesti simbolici, rituali, religiosi.

Ebbene, il bresciano fa spontaneamente riferimento ai riti della Chiesa, ai sacramenti e a quanto vi gira attorno. Non ci sono, in prospettiva, alternative popolari capaci di incidere su tutto il tessuto bresciano. Questo però, da un altro punto di vista, diventa un problema, perché sostiene una pratica religiosa non del tutto consapevole e incapace di incidere sul vissuto. Così, poco alla volta, si logorano anche i segni.

Non si può andare avanti all’infinito con i riti, se non si è consapevoli del loro significato, valore e concezione di vita. Anche per questo abbiamo costruito un poderoso programma di catechesi, dai bambini all’età adulta, che la Chiesa bresciana (e italiana) propone, ma non siamo del tutto soddisfatti. Non possiamo dire che questo impegno catechistico risponda in maniera sufficiente al bisogno di annunciare il Vangelo oggi qui.

Senza dilungarmi oltre, mi limito ad enucleare tre sfide di grande rilevanza per l’annuncio del Vangelo oggi a Brescia (e in Italia):

  • il ruolo dei laici,
  • il dialogo,
  • la formazione di comunità autentiche.

LAICI PROTAGONISTI DELL’ANNUNCIO

L’uomo contemporaneo, secolarizzato, si interessa soprattutto di sesso, economia, politica, scienza in generale e tecnologia in particolare. Sono gli argomenti che più coinvolgono le persone, i loro desideri, sogni e progetti. Di fronte a ciò la narrazione cristiana sembra debole, quasi estranea. Sì, diciamo qualcosa sull’economia, sulla politica ecc., ma di solito in una prospettiva negativa, indicando i peccati della vita economica, politica, sessuale.

Riuscire a dire in positivo il significato di questo complesso di esperienze è molto più difficile per noi cristiani.

Di per sé si tratta di realtà secolari, create e redente, che portano l’impronta di Dio e del suo Logos, Gesù Cristo, ma facciamo fatica a collocarle in un orizzonte cristiano. Non bastano i principi teologici, ci vuole una riflessione sul vissuto, sull’esperienza, e questa tocca soprattutto ai laici, che ne hanno esperienza e competenza. Altrimenti si dicono e fanno stupidaggini, sia pur con le migliori intenzioni.

Quindi la prima sfida per l’annuncio del Vangelo oggi è la presenza di laici che possano offrire modelli di riferimento per tutta la Chiesa.

NEL PLURALISMO IL DIALOGO SULL’ESSENZIALE

Oggi il bresciano viene immediatamente a contatto con l’islam, l’induismo, il buddhismo e altre esperienze religiose. Questo incide sul suo modo di sentire la propria adesione al cristianesimo. Di più ancora incide l’incontro con culture, schemi mentali e significati diversi della vita.

Se poi viviamo insieme, bisogna che riusciamo non solo a sopportarci, ad essere tolleranti, ma a trovare forme di collaborazione.

Abbiamo bisogno di basi comuni, condivise, per costruire una società ricca e armonica, che non sia solo il massimo comun denominatore, perché il minimo tende a zero. Effettivamente rischiamo di andare verso una società sempre più frammentata, in cui ciascuno fa mondo a sé, per cui trovare quanto ci accomuna diventa un’impresa praticamente impossibile, se non riusciamo a tornare al cuore dell’esperienza: dialogando sull’essenziale, sulla dimensione aperta, comune a tutti, della conoscenza, coscienza, responsabilità ecc.

FORMARE COMUNITÀ CRISTIANE AUTENTICHE

Annunciare il Vangelo oggi significa formare comunità cristiane autentiche, frutto della novità di Gesù Cristo e della fede. La fede pretende di dare all’uomo un nuovo orizzonte di vita. È come una nuova nascita. Sono nuovi gli occhi per vedere la realtà.

È nuova la logica dell’amore fraterno, della condivisione e del vivere gli uni con gli altri e per gli altri.

Non come potenzialità per affermarsi contro gli altri, ma come forma di servizio. Perché il figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita come riscatto per la moltitudine. Abbiamo bisogno di comunità che vivano così, perché così dicono il Vangelo con la loro vita.

Nel secondo sommario degli Atti degli Apostoli c’è scritto che “la moltitudine di coloro che eran venuti alla fede aveva un cuore solo e un'anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune. Con grande forza gli apostoli rendevano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù e tutti essi godevano di grande simpatia. Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano l'importo di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; e poi veniva distribuito a ciascuno secondo il bisogno” (4,32-35).

Si comincia parlando dell’amore fraterno, della condivisione dei beni, poi della testimonianza della risurrezione di Gesù, e nuovamente della fraternità che c’era tra i credenti.

È un modo un po’ strano di costruire il brano, tanto che qualche commentatore vi vede l’intrecciarsi di due mani, ma forse il testo vuol semplicemente mostrare che per dare testimonianza alla risurrezione di Gesù ci vogliono comunità fraterne, che vivano l’amore di Dio nella condivisione fino a mettere in comune i beni. Naturalmente questa non è una regola del Codice di diritto canonico da inserire nella struttura della Chiesa, ma semplicemente un’esperienza che nasce dalla fraternità, rendendola visibile e concreta. Credo che dire il Vangelo a Brescia, ma un po’ ovunque, richieda oggi questo: senza comunità cristiane autentiche è difficile rendere testimonianza alla risurrezione di Gesù

Chi ci può credere se la resurrezione di Gesù non produce almeno qualche effetto visibile e concreto?



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