BRASILE: SFIDE E GERMOGLI DI SPERANZA
BRASILE: SFIDE E GERMOGLI DI SPERANZA
Lo scorso anno sono tornato in Brasile, dove 360.000 indigeni, 60 milioni di neri e tanti altri di origine europea o asiatica danno vivacità di colore a 170 milioni di volti. Però ovunque il grido “Violenza!, Oppressione! Corruzione! Ingiustizia! Impunità!” si leva non solo dalla bocca dei 53 milioni di poveri, ma anche dal resto della popolazione, che vive nella paura della disoccupazione, dei furti, delle aggressioni. A Vitoria do Espirito Santo ho visitato un accampamento dei Sem terra: i 60 contadini, comprese donne anziane e giovani coppie, erano lì da giorni in attesa di essere ascoltati dal governatore. La notte precedente erano stati letteralmente sommersi dall’acqua piovana!
Eppure non ho trovato gente arrabbiata o disperata, ma operosa e paziente nel ripristinare le tende.
A Senior do Bonfim ho partecipato a un convegno organizzato dalla Commissione pastorale della terra per discutere coi contadini la proposta di legge per fissare un limite massimo al possesso della terra. Potranno mai i deputati latifondisti approvare una legge che ridurrebbe i loro profitti? Dall’emigrazione forzata, dalla precaria sistemazione nelle favelas, dalla disoccupazione degli adulti è nato il fenomeno dei meninos da rua.
Quale sorpresa per me sentirli pregare spontaneamente a tavola prima di cena, tenendosi tutti per mano, immersi in un silenzio profondo per alcuni minuti, il tempo di ringraziare Dio per il cibo, la casa, gli educatori e di raccomandare a Lui amici e amiche, lasciati sul marciapiede o in altri rifugi di fortuna. Che lezione! A Sao Paulo, invece, a un simposio dei giovani della Pastorale operaia si è parlato delle industrie che si spostano dal sud al nord del paese, dove la manodopera può essere sfruttata, mancando il sindacato.
La maggioranza dei brasiliani è convinta che si deve cambiare, ma non riesce a capire “come”. Alcuni nuovi germogli fanno ben sperare: più volte ho sentito usare espressioni come economia solidale, riferita a piccole cooperative e all’esperienza del microcredito da esse autogestito senza la mediazione delle banche, ed economia di comunione, usata dai focolarini, che sono già riusciti a impiantare sei imprese disponibili a destinare parte dei profitti a progetti di promozione sociale, oltre a rispettare l’ambiente e i diritti dei lavoratori.
La sfida più rilevante riguarda l’ambito educativo: offrire a tutti l’opportunità di acquisire conoscenze e abilità idonee a garantire una qualificata partecipazione alla vita democratica del paese nella sfera sociale e produttiva. Stupisce in Brasile il numero elevato di scuole private, cui si accede dietro pagamento di una retta, mentre in quelle statali gli alunni sono costretti a fare i turni e le classi raggiungono a volte le 40-50 presenze.
Mi piace concludere col ricordo di una lezione di danza africana, tenuta a un gruppo di bambine di Tibirì da una giovane nera, Mazé. La gioia della riscoperta delle proprie radici culturali era scritta sulla maglietta che indossava: “Né mulatta né morena, 100% nera”. Il riconoscimento e la valorizzazione di qualsivoglia identità socioculturale e religiosa non devono mai servire a separarsi dagli altri o a collocarsi al di sopra di nessuno, ma solo a sentirsi tutti uomini e donne al 100%, nell’irripetibilità di ciascuno.
FILIPPO GERVASI, Cursi (Le).
CRITICHE A RICHARD
…Nel dossier di Missione Oggi n. 9/2001 è proprio Pablo Richard a mettere la pietra tombale sull’effettiva possibilità di riscatto dei “poveri”: prima di tutto, rinunciando all’azione possibile, qui e ora, per la certo più comoda e indeterminata futura “speranza” in una “alternativa al sistema capitalistico”. In secondo luogo, non facendo chiarezza tra obiettivi da conseguire e strumenti per realizzarli. In terzo luogo, sovrapponendo il piano politico a quello teologico, in una confusione di ambiti che ha come sicuro effetto quello di metterli sotto l’identica luce della verità rivelata, la quale, per definizione, non ha bisogno di riscontri concreti.
Questo, come non ha insegnato la storia a Richard, è il modo migliore per sbagliare e continuare a farlo, imperterriti, perché “Dio si è schierato con noi”. In quarto luogo, spacciando come “alternative possibili” quei vaghi intendimenti che si basano su apodittiche verità riportate alla fine dell’articolo. Solo un autentico delirio di onnipotenza può far credere a degli esseri umani di poter veramente ideare un sistema politico-economico perfetto, ove tutti abbiano “terra, lavoro, salute, casa, educazione, partecipazione, ambiente, riposo e festa”. Mi vengono i brividi: tutti gli inferni del secolo scorso sono stati progettati come dei paradisi. Il libero mercato, locale o globale, ha molti problemi. Ma uno veramente notevole: chi non vi accede, si impoverisce, muore.
Amartya Sen parla della necessità di ovviarvi, finanziando progetti di alfabetizzazione e di minima assistenza sanitaria gratuita per tutti. Dati alla mano dimostra che interventi non dirigistici sul mercato, ma sull’incapacitazione dei singoli, hanno impatti ben più positivi e consistenti delle forzature dittatoriali o dei megaprogetti infrastrutturali, nel contrastare efficacemente povertà specifiche. Il male che Richard vede nel libero mercato non appartiene al libero mercato, ma all’uomo. E le alternative falliscono anche perché a pensarle e realizzarle è ancora l’uomo.
L’unica speranza è che i cristiani agiscano in prima persona, con i più prossimi, smettendo di nascondersi dietro le “alternative di sistema”: l’amore, credano, è più fattivo e contagioso della teologia della liberazione…
STEFANO DAMINI, Cremona.







