Skip to main content

Bangladesh, “Tokai” ossia bambini di strada

Condividi su

INTERVISTA A RICCARDO TOBANELLI

Riccardo Tobanelli, missionario saveriano di Castrezzone di Muscoline (Brescia), da quasi trent’anni in Bangladesh. Dal 1995 si occupa dei “tokai” ossia dei bambini di strada. Ha lavorato dieci anni con i fuori casta muci-rishi e nell’attività del dialogo interreligioso, sostenendo contemporaneamente iniziative di chirurgia gratuita con l’appoggio di team volontari di chirurghi Italiani.

Il Bangladesh, 160 milioni di abitanti, è tristemente noto come uno dei paesi più poveri del mondo, regolarmente flagellato da devastanti uragani. Quale immagine porta con sé di questa terra dopo quasi trent’anni di permanenza?

Vorrei tanto che il paese o, meglio ancora, il popolo del Bangladesh fosse ricordato per la sua grande capacità di sopravvivere, resistere e far fronte a uragani, alluvioni e disastri naturali di ogni tipo. Dopo quasi trent’anni in questa terra, riesco ancora a meravigliarmi della sua gente. Le avversità naturali vengono amministrate con umanità, dignità e solidarietà tra i poveri. Il che continua a sorprendermi.

Raramente ho visto violenza e aggressione in queste condizioni, al limite della sopravvivenza. Ho assistito anche all’oscena, quasi liturgica, pomposità delle agenzie nazionali e internazionali, spesso più preoccupate di piantare bandiere sulla devastazione che di rispondere in modo flessibile e immediato ai bisogni della gente. Nella boriosa sicurezza dei “salvatori”, esse diventano ottuse e incapaci di capire che la gente, seppure con il loro appoggio, è molto più capace di definire i propri bisogni e di individuarne le soluzioni. L’aiuto esterno, pur necessario, è spesso causa di corruzione, spreco e cattiva amministrazione. Il Bangladesh, con i suoi 160 milioni di abitanti e la più alta densità demografica al mondo, continua ad affrontare seri problemi di malnutrizione diffusa e di povertà endemica. L’84% della popolazione vive con meno due dollari al giorno e il 42% si deve accontentare di un dollaro (cfr. il rapporto 2009 del Pnud – Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo). Circa il 50% della popolazione vive al disotto della soglia della povertà.

Inoltre, il paese si trova oggi ad affrontare cambiamenti molto rapidi che sembrano sgretolare il modo tradizionale di gestire la scarsità di risorse.

In meno di un decennio, a cavallo degli anni ‘70 e ’80, il paese, con la rivoluzione verde, è passato rapidamente da un’economia principalmente rurale e di sussistenza a quella di mercato. Di modo che il riso è venduto per acquistare sementi, fertilizzanti, pesticidi, motozappe e acqua per il prossimo ciclo produttivo. Negli anni ‘90 sono iniziati anche i processi di industrializzazione, principalmente nei settori della tessitura e vestiario. Industrie intere sono state trapiantate dall’Occidente, in cerca di manodopera abile, ma sottopagata. Allo stesso tempo, molta gente ha lasciato le zone rurali in cerca di un lavoro in città. La povertà rurale non è stata vinta, ma trapiantata in città. Il 27% della popolazione vive ora in zone urbane. Dhaka, la capitale del Bangladesh, è passata da 4 milioni di abitanti nel 1988 a circa 16-20 milioni nel 2009 (se si includono i sobborghi di Savar, Tongi e Narayangonj).

Le famiglie che emigrano verso la città di Dhaka sopravvivono facendo lavori instabili e sottopagati e sono costrette a vivere negli slums senza dignità, nella più estrema povertà.

I poveri urbani devono in qualche modo sopportare le pesanti deficienze economiche e sociali di cui sono vittime, cioè precari servizi medici, mancanza di sicurezza, impossibilità di accedere alle scuole e deterioramento dell’ambiente. Tra i poveri urbani, i bambini sono il gruppo più vulnerabile, costretti come sono a vivere in strada e spesso, nel caso delle bambine, essendo sfruttate come schiave domestiche nelle case di famiglie benestanti.

La Chiesa Cattolica del Bangladesh è una piccola realtà in un oceano di non cristiani. Quali sono i punti forti e le fragilità della Chiesa in questo piccolo grande paese?

Il numero dei cattolici in Bangladesh si aggira intorno ai 310mila, lo 0,2% della popolazione. Pur numericamente insignificante, la Chiesa mantiene un alto livello di visibilità per il suo tradizionale impegno nelle istituzioni scolastiche. Alcune di esse hanno un buon livello, una buona qualità. Spesso però la qualità è ottenuta al caro prezzo di un sistema meritocratico che tende ad escludere i poveri. Essere una minoranza insignificante è allo stesso tempo la vera forza della nostra Chiesa, ma anche la sua debolezza.

Da una parte dobbiamo vivere la nostra fede con coraggio, nella diaspora e senza la consolazione del Tempio, dall’altra siamo spesso tentati di chiuderci nel nostro ghetto in attesa di tempi migliori che non verranno mai. Questa Chiesa di minoranza purtroppo corre il rischio di eccessi di clericalismo: 10 vescovi, 311 preti, 83 fratelli e 1041 suore sono i numeri di una Chiesa (di appena 310 mila membri), che a volte rischiano di soffocare la voce e la partecipazione dei laici. Una forte attitudine autoritaria, innata nella cultura bengalese, alleata alla tradizionale struttura gerarchica della Chiesa, inclina i suoi membri a vagheggiare posizioni e status più che ad alimentare la passione pastorale e missionaria.

Il complesso del ghetto, poi, ci porta ad essere inflessibili nel seguire le direttive di Roma e poco attenti al nostro contesto locale.

La maggioranza dei cristiani proviene da gruppi tribali che con fatica hanno trovato nella Chiesa accoglienza e rispetto per le proprie tradizioni. Ci sono poi gruppi di fuori casta che in un qualche modo nella fede cristiana hanno trovato il coraggio di gridare: “Anche noi siamo uomini” (Amrao manus).

Come e dove si esprime la missionarietà della Chiesa del Bangladesh?

La dimensione missionaria della Chiesa del Bangladesh può essere riassunta in poche parole: dialogo interreligioso e presenza tra i più poveri. Non si tratta di un’opzione fatta una volta per tutte, ma di un faticoso e quotidiano processo di ascolto dei poveri attorno a noi e di dialogo con la maggioranza non cristiana. Un processo nel quale i non cristiani e i poveri ci sospingono a convertirci al nocciolo duro della fede in Gesù Cristo e a misurare la densità della nostra speranza di essere tutti chiamati a divenire quell’uomo nuovo e integrale creato ad immagine e somiglianza di Dio. A livello pratico e storico forse questa dimensione missionaria della Chiesa del Bangladesh è stata spesso offuscata dalle nostre ambiguità. A volte è prevalsa in noi missionari la brama di “salvare” tutti, sostituendoci pericolosamente a Dio. Altre volte abbiamo cercato troppa “visibilità” nelle opere e nelle strutture, senza metterci in ascolto degli altri, soprattutto dei poveri.

Come si sta trasformando l’attività dei saveriani in Bangladesh? Negli anni ’70 del secolo scorso si parlava delle “nuove vie” della missione. Quali sono le vie “nuove” oggi?

I saveriani sono, assieme ad altri missionari, “la coscienza missionaria” della Chiesa in Bangladesh. Negli anni ’50 e ‘60 si sono addossati il compito di creare quasi dal nulla la diocesi di Jessore-Khulna lasciata dai gesuiti e dai salesiani. Negli anni ’70 e ‘80 furono prima coinvolti nel tentativo di rimettere in piedi un paese distrutto dalla guerra di indipendenza e da un ciclone che aveva ucciso quasi 600mila persone e distrutto un terzo del paese, e poi nella nascita delle “vie nuove” che per l’appunto sono state un tentativo di portare Cristo “fuori dalle mura”. Attraverso il loro “ministero di dialogo e presenza” tra i fuori casta, i saveriani hanno reso cosciente la Chiesa del fatto che, anche quando non si operano conversioni e incorporazioni, di fatto si vive la missione.

Negli anni ‘90 e nel primo decennio di questo secolo i saveriani si sono impegnati, ancora una volta, nella ricerca di “nuove vie”, che, seppure radicate nella convinzione di portare Cristo “fuori dalle mura”, sono ancora soggette a discussione e fanno fatica a mobilitare il consenso di tutto il gruppo, il quale non ha più forse, come negli anni ’70, la forza di “disperdersi”. Queste “nuove vie” sono oggi:

  • a) la scelta dei gruppi tribali;
  • b) il dialogo interreligioso;
  • c) le attività medico-chirurgiche;
  • d) i bambini di strada.

Attualmente lei sta dedicando il suo tempo ai bambini di strada. Come tradurrebbe oggi la parola “missione” a partire da questa esperienza personale?

La situazione dei bambini di strada è una delle manifestazioni più radicali di ingiustizia, povertà e segregazione. Essi sopravvivono ai margini della società affidandosi solo a se stessi. Lavorano riciclando spazzatura, chiedendo l’elemosina, vendendo bigiotteria, lavando corriere o facendo qualsiasi cosa che sia in grado di procurar loro un po’ di cibo. Molto spesso i diritti dei bambini non sono solo ignorati, bensì prevaricati attraverso l’indifferenza, lo sfruttamento economico e l’abuso fisico e sessuale. Sono spesso reclutati da bande criminali per lavorare come spacciatori al dettaglio di droghe. Molto facilmente e ancora giovanissimi diventano tossicodipendenti pure loro.

“Prima di fare loro del bene o di lavorare per il loro bene, o prima di seguire o respingere scelte politiche di questo o quel gruppo […], prima di fare una qualsiasi di queste cose, uno dovrebbe scegliere di esistere con la gente, di soffrire con la gente e di condividere il destino e il travaglio della gente” (J. Maritain).

Forse questa citazione del grande filosofo francese del Novecento descrive meglio delle mie precedenti parole quello che vorrebbe essere il mio modo di essere missionario:

un ministero di dialogo e di presenza tra i poveri.


Le buone pratiche di dialogo

La popolazione del Bangladesh è in maggiorianza musulmana, con un forte nucleo induista e una piccola minoranza cristiana. Lei che ha dedicato parte del suo tempo al dialogo interreligioso, può dirci quali buone pratiche sono maturate in questi ultimi anni?

Lo scopo del dialogo tra le religioni è triplice:

  • a) forgiare relazioni positive tra credenti di religioni diverse;
  • b) stabilire la giustizia e la pace nella società;
  • c) acquisire conoscenza delle altre fedi in un clima di fiducia e rispetto reciproco.

Divenuti coscienti del nostro scopo, lo proclamiamo facendo uso dei mass media e lo realizziamo lavorando insieme per il bene e il servizio dei poveri” (Mission Statement of the Inter-religious Dialogue Centre on the 5th of April 2002, Tokai House, Khulna, Bangladesh).

Con questo manifesto sul dialogo penso di aver raggiunto, con i compagni di viaggio di fedi diverse, una comprensione più articolata e piena del significato della missione in Bangladesh.

In altre parole, il dialogo interreligioso non va inteso anzi tutto come un esercizio di buone relazioni o di buone maniere, ma come una sfida che interpella la nostra missione e quindi la relazione con le altre religioni e con i poveri. In questo senso, il dialogo interreligioso è per noi missionari un processo di faticosa conversione che ci porta a prender coscienza degli “altri” e del fatto che la salvezza è per tutti (che saremo cioè salvati” solo insieme).



Per scaricare la rivista accedi con le tue credenziali d'accesso o abbonati.

Logo saveriani
Sito in costruzione

Portale Unico dei Saveriani in Italia

Stiamo finalizando la nuova versione del portale

Saremmo online questa estate!

Ti aspettiamo...

Versione precedente del sito