Annuncio, primo servizio al mondo
In gennaio sono stato invitato a partecipare, in qualità di relatore, alla settimana di “Pastoral indigenista” organizzata dai saveriani del Brasile Nord per celebrare, anche in questo modo, i 30 anni di presenza tra i Kayapó dello Xingu. Quello che più mi ha colpito, oltre la bellezza dello stare insieme con tanti missionari amici ed ex-alunni, è stato lo schieramento dei circa 40 saveriani presenti tra un fronte più ristretto, che si diceva favorevole all’annuncio esplicito del Vangelo, e un fronte più ampio che, invece, preferiva una presenza più discreta di amicizia e solidarietà con i popoli indigeni. Nessuno tra i presenti negava la validità del mandato missionario di Gesù, ma mi ha fatto specie osservare che per l’annuncio esplicito si schierassero soprattutto coloro che avevano più anni di presenza tra gli indios – fra i partecipanti c’era, in qualità di relatore, anche il salesiano Walter Ivan de Azevedo, vescovo emerito di São Gabriel da Cachoeira, da 33 anni tra gli Ianomâmi – e conoscevano meglio la lingua e la cultura indigena.
Come mai queste differenti polarizzazioni?
Da una parte il vescovo Walter che insisteva sul “valore aggiunto” della fede cristiana per la vita degli indios, anche di fronte alla minaccia di distruzione della loro alterità culturale a contatto con la sempre più invasiva civiltà del mercato globale; dall’altra alcuni missionari che parteggiavano per una presenza di solidarietà, prendendo le distanze – anche in nome dell’importanza della testimonianza – dall’annuncio esplicito del Vangelo, come se quest’ultimo venisse a complicare la già difficile vita degli indios.
La vexata quaestio è diventata più rovente quando qualcuno ha tirato in ballo il pluralismo religioso e il tramonto di un certo modello di missione ad gentes.
Non basta, si chiedeva qualcuno, aiutare gli indios a essere più uomini o più fedeli alla propria tradizione culturale e religiosa?
Hanno già aderito ad alcune “sette” protestanti, perché complicare la loro vita con l’introduzione di una nuova denominazione cristiana, quella cattolica? A questo punto mi sono chiesto se non avessi sbagliato bersaglio, insistendo sulle sfide della missione in tempo di globalizzazione e sul tema dell’inculturazione, invece di fermarmi sul senso più autentico e radicale dell’annuncio del Vangelo, di fronte al rischio di confonderne o addirittura di relativizzarne l’importanza per la vita dei popoli indigeni.
Lo schieramento tra “annuncio esplicito” e “testimonianza di solidarietà” era solo una questione di metodi missionari diversi o anche di confusione sul significato dell’annuncio?
Non ho la presunzione di risolvere in questa sede la complessa questione, tanto meno di giudicare l’operato dei saveriani dell’Amazzonia, che stimo e amo come veri fratelli, ma mi vengono in mente le taglienti parole di Madeleine Delbrêl: “Non so su che base si è potuto sostenere che parlare sia facoltativo quando si è cristiani... Non si può scegliere tra farlo e non farlo e non si può neppure scegliere di che cosa si parlerà... Annunciare il Vangelo con il linguaggio delle persone con cui si parla non è sufficiente.
Occorre annunciare il Vangelo con il linguaggio di Gesù Cristo”.
Non mi resta che augurare ai miei confratelli dell’Amazzonia un buon “annuncio” con il linguaggio di Gesù Cristo. È il primo servizio che possiamo rendere al mondo!







