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Assisi... e Gerusalemme: Pellegrinaggi di pace

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Qualche settimana fa il noto scrittore cattolico, Vittorio Messori dalle pagine del “Corriere della Sera” (20 aprile 2009) ha definito “parate sincretiste” gli incontri di preghiera per la pace di Assisi, voluti e realizzati da Giovanni Paolo II: il primo, il più celebre, il 27 ottobre 1986; l’ultimo nel 2002, dopo il tragico attentato alle Torri Gemelle di Nuova York.

Sembra che le ragioni di questa stroncatura postuma di Assisi siano due: una, più superficiale, riguarda la spettacolarizzazione wojtyłana di momenti religiosi, che, stando a Messori, rischiano di trasformarli in vuote sfilate di moda, in “parate” appunto; l’altra, più profonda, riguarda il convenire di rappresentanti di religioni diverse per pregare per la pace, che, sempre stando al saggista cattolico, corrisponderebbe a forme “sincretiste” di religione che fanno perdere ai cristiani il senso della Chiesa e di Gesù Cristo.

In questa stroncatura di Assisi mi sembra che non si tenga sufficientemente conto della motivazione prima di quegli incontri, la ricerca della pace.

L’Onu aveva proposto il 1986 come “anno internazionale della pace” e il Papa voleva associarvisi suscitando “un movimento mondiale di preghiera per la pace” che, superando le frontiere delle nazioni e unendo i credenti di tutte le religioni, arrivasse ad abbracciare il mondo intero. Se la guerra poteva essere decisa da pochi, la pace, secondo Giovanni Paolo II, presupponeva l’impegno di tutti, cristiani e non cristiani.

E Assisi, la città del Poverello, aveva un alto valore simbolico, addirittura per i non credenti: offrire al mondo la prova che le religioni sono al servizio della pace.

L’unico spettacolo che il Papa voleva offrire al mondo era quello dello stare insieme, per pregare, sulla base della convinzione che la pace è un dono di Dio più che un’opera dell’uomo.

Forse è sfuggito a Messori, sempre così puntuale nelle sue analisi, che negli incontri di Assisi i rappresentanti delle diverse religioni non hanno mai pregato insieme, “sincretisticamente”, ma si sono trovati insieme per pregare ciascuno – in spazi e/o tempi diversi – con le formule della propria tradizione religiosa, nel rispetto dell’identità di ogni fede. Addirittura nel 2002, per evitare qualsiasi pericolo di sincretismo, sono state prese delle precauzioni particolari. Così solo i cristiani hanno pregato nelle chiese di Assisi, gli altri hanno avuto a loro disposizione degli spazi nei conventi dei francescani, al riparo da curiosi indiscreti.

Se è vero che l’intenzione di Giovanni Paolo II nell’invitare i responsabili religiosi ad Assisi era quella di prolungare e interpretare la lettera e lo spirito del Vaticano II – la Chiesa è “il segno e lo strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano” –, bollando così negativamente tali incontri non si rischia di censurare lo stesso Concilio?

E che cosa dire allora del prossimo viaggio del Papa in Israele, Palestina e a Gerusalemme?

Sappiamo quanto sia incerta la situazione politica dell’area e quanto siano fragili le prospettive di pacificazione. Ma il Papa si mette in cammino ugualmente, per parlare di pace e perché l’odio lasci finalmente il passo alla riconciliazione. Commentando la “grande preghiera” di Assisi, Giovanni Paolo II ebbe a dire:

“O impariamo a camminare insieme in pace e armonia, o andiamo alla deriva verso la rovina nostra e degli altri”.



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