ALBERTUS SUGIYOPRANOTO / PRIMO VESCOVO INDONESIANO
Il 25 novembre 1896 a Surakarta (Giava centrale) da una famiglia islamica semplice venne al mondo un bambino, che sarà poi il quinto di nove, e al quale fu dato il nome di Sugiyo. Era un bambino intelligente, vivace, che non disdegnava fare a botte con altri ragazzi… Nel 1909, il mitico Van Lith, gesuita che da Muntilan (Giava centrale) si preoccupava di preparare maestri per il rinnovamento della società indonesiana, lo invita ad iscriversi al suo Collegio, Xaverius, dove Sugiyo effettivamente entra e lì, il 24 dicembre 1910 si fa battezzare e prende il nome cristiano di Albertus.
VICARIO APOSTOLICO DI SEMARANG
Durante gli studi al Xaverius, si fa sentire in lui la vocazione al sacerdozio; entra in seminario e nel 1919 viene inviato in Olanda per continuare gli studi. Lì fa il noviziato e la professione religiosa il 22 settembre 1922 e, dopo due anni di servizio al Xaverius di Muntilan, vi continua gli studi di teologia. Viene ordinato presbitero il 15 agosto 1931, uno dei primi indonesiani gesuiti. In questa occasione aggiunge al suo nome quello di “Pranoto” ossia “preghiera” o “speranza”. In questo periodo olandese scrive anche una sua testimonianza intitolata da lui stesso in italiano: “La conversione di un giavanese”.
L’8 agosto 1933 Sugiyopranoto, torna in Indonesia dove comincia il suo ministero pastorale nella parrocchia di Kidul Loji, Yogyakarta, poi nella parrocchia di Bintaran che comprendeva anche i villaggi di Ganjuran e Bantul ad una ventina di chilometri dalla città e dove vivevano circa un migliaio di cattolici locali. Il 25 giugno 1940 il Vicariato apostolico di Batavia (vecchio nome di Jakarta) viene diviso in due: si crea il Vicariato apostolico di Semarang e il 1° agosto, Sugiyopranoto viene nominato vicario apostolico.
Viene consacrato il 6 ottobre 1940, primo vescovo cattolico indonesiano, nella chiesa del Santo Rosario di Randusari, Semarang. Il Vicariato era molto vasto e comprendeva più di 15mila cattolici locali e circa altrettanti stranieri, mentre aveva a suo servizio 84 preti (73 stranieri e 11 locali) coadiuvati da molti fratelli e suore. La crescita della comunità cattolica locale era molto forte tanto da superare in poco tempo il numero dei cattolici stranieri e nell’arco di due anni raddoppia il numero dei suoi fedeli.
DURANTE L’OCCUPAZIONE GIAPPONESE
Nel marzo del 1942, con l’occupazione giapponese dell’Indonesia, le forze olandesi capitolarono con conseguente confusione politica e amministrativa. I giapponesi arrestarono padri e suore olandesi, proibirono l’uso dell’olandese e sequestrarono varie strutture della Chiesa. Mons. Sugiyo ebbe un compito difficile in questa situazione: voleva tenere una certa distanza dalle forze occupanti e tuttavia doveva trattare con loro per “limitare” i danni dei loro interventi.
Per questo mai accettò gli inviti a partecipare alle loro cerimonie, inviava però mazzi di fiori per farsi rappresentare. Difatti, durante l’occupazione, 109 gesuiti furono arrestati senza contare altri religiosi e suore. Ma quando cercarono di sequestrare la cattedrale di Randusari, egli si oppose fermamente, dichiarando che questa era edifico sacro e che avrebbero potuto occuparlo solo dopo averlo decapitato. Così pure riuscì a salvare dal sequestro altri edifici, a esentare le suore dal servizio paramilitare per dedicarle al servizio dei malati negli ospedali, ad organizzare con alcuni gruppi cattolici dei servizi urgenti per la popolazione oppressa.
La riduzione del suo clero (durante gli anni dell’occupazione, ben 74 padri furono uccisi, oltre a 47 fratelli e 160 suore) e le restrizioni alla loro attività, lo indussero a farsi presente il più possibile nelle varie comunità, affrontando viaggi pericolosi e molto disagevoli, a piedi, in bicicletta, con il carro.
CATTOLICO AL 100% E INDONESIANO AL 100%
Con il bombardamento atomico del Giappone (inizio agosto 1945) e la dichiarazione d’indipendenza dell’Indonesia ad opera di Sukarno e Hatta (17 agosto 1945), i giapponesi iniziarono a ritirarsi. Le forze alleate entrarono a Semarang il 20 ottobre 1945.
Ma nel frattempo i ribelli indonesiani avevano iniziato ad attaccare i giapponesi per impossessarsi delle loro armi e cacciarli dal paese. Il vescovo aveva paura che uno scontro diretto tra olandesi e giapponesi avrebbe portato grandi sofferenze alla popolazione e si fece mediatore di un armistizio che fu firmato nella sua stessa residenza di Gedangen. Ma la presenza contemporanea di olandesi, giapponesi e gruppi armati indonesiani, portò grande confusione con scarsità di viveri, di fonti di energia e alla fine al coprifuoco. In questa situazione di grande bisogno, mons. Sugiyo organizzò gruppi di assistenza che tuttavia potevano fare molto poco. Mons. Sugiyo prese una posizione nazionalista molto chiara.
Quando nel 1946 il governo indonesiano spostò la sua sede da Jakarta a Yogya, anche mons. Sugiyo si spostò a Yogya così da poter coordinare meglio il lavoro con il nuovo governo indonesiano. Egli riteneva che gli indonesiani avessero il dovere di difendere la patria nei suoi giusti diritti di indipendenza. Ad alcuni cattolici che partivano per il fronte disse: “Potrete tornare indietro solo come caduti”.
Quando le forze olandesi attaccarono gli indonesiani il 21 luglio 1947, mons. Sugiyo fece un appassionato discorso alla radio nazionale spingendo i cattolici a difendere la patria. Nel frattempo fece pressione sulla Santa Sede perché appoggiasse il movimento indipendentista tanto che nel dicembre 1947 Roma inviò un suo delegato, inaugurando così relazioni formali con il governo del presidente Sukarno. Dopo che le forze olandesi occuparono la capitale, nel dicembre 1948, mons. Sugiyo ordinò che le celebrazioni natalizie si tenessero in clima di silenzio, per esprimere le sofferenze del popolo indonesiano.
In tutta questa azione il vescovo manifestava il senso del suo motto per i cattolici indonesiani: “Al 100% cattolici e al 100% indonesiani”.
PROMOTORE DELL’INCULTURAZIONE
Dopo che l’Olanda accettò l’indipendenza dell’Indonesia (il 27 dicembre 1949), mons. Sugiyo ritornò a Semarang e si dedicò specialmente allo sviluppo della vita e della comunità cristiana. Nel 1956 fu celebrata la centesima ordinazione sacerdotale di preti locali. Le scuole si moltiplicarono, dalle Elementari all’Università. L’inculturazione nella liturgia fu promossa con l’uso delle lingue locali, del gamelan (orchestra di strumenti musicali indonesiani) e dei wayang (tradizionale teatro delle ombre giavanese) per la istruzione catechistica.
Nelle tensioni della “guerra fredda”, anche per contrastare il Partito comunista mons. Sugiyo creò dei “gruppi di lavoratori”, aperti a cattolici e non. Uno di questi – “Lavoratori Pancasila” – fu creato nel giugno 1954. L’anno seguente nella Conferenza episcopale, egli fu incaricato dell’organizzazione dei programmi sociali nell’arcipelago.
Nel 1955 scrisse una lettera pastorale per combattere il marxismo. Si pose decisamente a fianco del governo indonesiano per reclamare dall’Olanda l’annessione di Papua, che avverrà nel 1963. Il suo nazionalismo fu esplicito ma sempre critico: in alcuni momenti si oppose chiaramente a Sukarno stesso.
ALLA PRIMA SESSIONE DEL CONCILIO
Il 3 gen. 1961 fu istituita da Giovanni XXIII la gerarchia ecclesiastica e Semarang divenne così centro di una provincia ecclesiastica e sede arcivescovile e mons. Sugiyo suo primo arcivescovo. Egli partecipò alla prima sessione del Concilio nel quale espresse il desiderio di una modernizzazione della Chiesa. Partecipò poi a Roma alla elezione di Paolo VI, ma da lì continuò il viaggio in Olanda per curarsi, dal giugno 1963 fino al 22 Luglio, giorno in cui morì dopo un attacco cardiaco.
HA INSERITO LA CHIESA NELLA STORIA NAZIONALE
Il presidente Sukarno volle che fosse sepolto in Indonesia e lo dichiarò eroe nazionale. Fu sepolto difatti nel Cimitero degli eroi a Giritunggal. Mons. Sugiyopranoto non è stato solo un capo della Chiesa cattolica, è stato un leader per il paese.
Ha inserito la piccola comunità cattolica nel flusso della storia nazionale, rendendo così possibile, anche per il futuro, una interazione feconda tra essa e la comunità nazionale.






