Afro-pessimisti: con le mani nella marmellata
Le ragioni degli afro-pessimisti sono tante: dagli investimenti privati nei paesi in via di sviluppo ad un “realismo etico” fortemente razzista. Vediamole.
Dopo l’allarme sull’afro-pessimismo dell’editoriale di ottobre, in questo numero dedichiamo un’ampia ricerca. Ci proponiamo di continuare la riflessione.
Cos’hanno in comune Sergio Romano, Carlo Pelanda, William Pfaff, Ali Mazrui, Rodolfo Casadei? Sostengono tutti una medesima folle tesi: e cioè la necessità di una ricolonizzazione dell’Africa, stavolta magari tramite le ong - bracci esecutivi dei governi - e i missionari (v. l’articolo di Pelanda sulla rivista di Cl, Tempi, 1/7 giugno 2000). Eppure, nessuno di questi editorialisti può dire di avere una profonda conoscenza del continente africano.
Prendiamo il caso di Pelanda. Fonti di ambiente accademico sostengono che il co-direttore di Globis negli Usa ed editorialista del Foglio e del Giornale in Italia “è stato poco più di un paio di volte in paesi dell’Africa occidentale, e per turismo”. Eppure uno degli scopi di Globis è quello di fare diplomazia parallela.
Due dei casi attualmente seguiti sono, appunto, africani. Non è dato di sapere il paese. Lo stesso dicasi per William Pfaff, editorialista del Los Angeles Times, che recentemente è stato molto contestato non tanto per la sua posizione interventista durante la guerra del Kosovo, quanto piuttosto per la sua capacità di modificarla continuamente. Ovvero, di “mentire spudoratamente”, come ha scritto lo scorso 11 maggio la giornalista Srdja Trifkovic.
E che dire di Ali Mazrui? È un kenyota. Dunque, l’Africa dovrebbe conoscerla. Ma vive da così tanto tempo negli Stati Uniti - attualmente, insegna all’Università di Binghamton, nello stato di New York - che pare ne abbia assorbito totalmente la forma mentis. Anche lui è uno di quelli, i cui scritti fanno imbestialire. Ultimamente ad andare su tutte le furie è stato Wole Soyinka, il premio Nobel nigeriano.
Tutti gli editorialisti chiamati in causa dimostrano dunque di non avere la benché minima idea di che cosa funzioni e di che cosa invece non funzioni nel continente africano. Contano sull’ignoranza altrui e parlano con arroganza. Ma è solo ignoranza o c’è dell’altro? Per quale ragione, ad esempio, Limes - “la” rivista italiana di geopolitica per eccellenza che, grazie alla copertura informativa Nato, si è assicurata una sua nicchia di mercato nel nostro paese - riguardo all’Africa è su questa stessa linea? Come lo è del resto, con ancora maggiore autorevolezza, il Centro studi strategici ed internazionali (Csis) di Washington, che ha una stretta collaborazione con Limes ed è presieduto da Edward Luttwak, tuttora richiestissimo dalla Rai e dal settimanale L’Espresso per i suoi commenti in materia di geostrategia. In generale, si può dire che esistano molteplici strutture parallele e sovrapposte, il cui principale obiettivo è la tutela degli interessi americani.
Come? Rivendendo informazioni di seconda mano, che arrivano direttamente dal Pentagono attraverso il Csis di Washington e quello di Roma. La vendita di informazioni di seconda mano frutta parecchio. E avviene sia su testate specializzate, che su quotidiani come Il Sole 24 Ore. Ed è a questo punto che entrano in scena gli “editorialisti”, autentici “piazzisti” di informazioni destinate ad inquinare. Fra loro c’è chi si firma (in gergo, i cosiddetti “pesci piccoli”) e chi invece preferisce optare per uno pseudonimo (“i pesci grandi”, appunto).
Oltre alla rivendita di informazioni, ciò che li accomuna sono gli investimenti personali nei paesi in via di sviluppo, come ad esempio la Bolivia. Insomma, ai loro occhi lo sviluppo torna ad essere - o forse non ha mai smesso di essere - un terreno fertile per avventurieri.
Chi ci lavora, sa benissimo che lì “c’è un enorme spazio per ‘operazioni private’”. Pelanda assicura. E spiega: “Tutta l’Africa nera sta dimostrando di non saper gestire la sovranità politica ottenuta dalla fine degli anni ‘50 in poi a seguito della decolonizzazione. L’esito è: centinaia di milioni di persone alla fame, in preda alle malattie ed esposte alla violenza. Anche dieci anni fa era così. Ma c’era la speranza che il disordine fosse a termine, una sorta di periodo di apprendimento dopo il quale si sarebbero formate classi politiche modernizzanti e dotate di capacità ordinatrici. Ora è chiaro ed evidente che gli africani, se lasciati soli e senza guida, sono solo capaci di suicidarsi. In conclusione, l’Africa non sa gestirsi ed è ingestibile dall’esterno con metodi morbidi, cioè rispettosi della sovranità degli stati” (v. Tempi 1/7 giugno 2000).
Mere speculazioni, sulla pelle degli africani, in odore di forte razzismo. Altro che strategie di “realismo etico”.
Dunque, l’Africa sta andando realmente verso il suicidio? C’è da credere a queste tante Cassandre e alle loro fosche previsioni? Nel 1994, Pelanda sosteneva che “le mine, in quanto arma non letale, saranno l’arma del futuro”. Soltanto tre anni dopo, il 3 dicembre ’97, veniva firmato ad Ottawa (Canada) il “Trattato per la messa al bando dell’uso, lo stoccaggio e la produzione e il trasferimento delle mine antipersona e per la loro distribuzione”. 139 paesi l’hanno già sottoscritto e 105 l’hanno ratificato.
La domanda, allora, è questa:
Carlo Pelanda aveva investimenti tali in questo settore da augurarsi questo? o la sua era una semplice sparata? In ogni caso, le cose sono andate diversamente.







