
UN MARTIRE CHE HA DATO LA VITA PER I POVERI
From the Editor’s Desk
“The Tablet” – 7 Febbraio 2015
L’essere a fianco dei poveri, mettendo a rischio la propria vita, è una parte essenziale della fede cattolica? L’arcivescovo Oscar Romero pensava di sì. Fu assassinato nel 1980 da una squadra della morte istigata dal governo mentre celebrava messa a San Salvador. Papa Francesco evidentemente la pensa allo stesso modo.
Ha infatti confermato il parere dei cardinali, membri della Congregazione delle cause dei santi, che hanno approvato i risultati raggiunti da un comitato di teologi, secondo cui l’arcivescovo deve essere considerato un martire della fede cattolica. Il motivo della sua morte fu “l’odio per la fede” – per le sue instancabili proteste, nel nome di Cristo, contro l’oppressione dei poveri. Ciò significa che Oscar Romero verrà presto beatificato (23 maggio 2015), a un passo dalla santità.
È il principio della fine di un processo lungo e tortuoso, che ha incontrato resistenze ad ogni passaggio. Le basi di quella resistenza spiegano la grande importanza di questo giudizio, perché i suoi oppositori lo accusavano di politicizzare la fede. Etichettavano come marxista la sua preoccupazione per i poveri. Il giudizio positivo sull’opera di Romero equivale a dichiarare che talvolta la fede deve essere politica – quando un uomo o una donna di vera fede non hanno altra scelta. Esso costituisce anche una critica implicita a quei leader ecclesiali che non disturbarono i potenti, per quanto corrotti e crudeli essi fossero. Alcuni erano collaboratori di brutali regimi militari decisi a difendere i privilegi di una ricca élite e, spesso, anche gli interessi affaristici nordamericani.
Le precedenti generazioni di leader della Chiesa latino-americana erano note per aver affiancato gli oppressori anziché gli oppressi.
Dopo il Concilio Vaticano II, le cose cominciarono a cambiare, ma anche a provocare reazioni. L’arcivescovo Romero fu nominato nel momento in cui, all’interno della Chiesa cattolica, si tentava di tenere sotto controllo uomini coraggiosi come i cardinali Evaristo Arns e Aloísio Lorscheider, l’arcivescovo Hélder Câmara ed altri. Molti di essi furono rimpiazzati da coloro che il Vaticano considerava uomini più affidabili – da intendersi meno politicizzati. Fu in questo contesto che la teologia della liberazione venne messa sotto controllo e che ad alcuni suoi sostenitori fu imposto il silenzio.
L’arcivescovo Romero simpatizzava per la teologia della liberazione, di cui uno dei punti principali è insistere sulla circostanza che non vi è alcun luogo neutrale, al di fuori o al di sopra della politica e della storia, da dove la Chiesa possa chiamarsi fuori. O si è con i poveri, o si è contro di loro. L’annuncio del suo martirio è la conferma che quella visione è infine considerata corretta. Perfino il cardinale Gerhard Müller, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, è notoriamente favorevole alla teologia della liberazione.
Come disse l’arcivescovo Romero, la lotta per i diritti umani, per la libertà e per la dignità, è parte della liberazione dal peccato promessa da Cristo. “La Chiesa sa di salvare il mondo quando s’impegna a parlare anche di queste cose”. Perciò spararono a un arcivescovo, che fu assassinato perché smettesse di parlare di queste cose a causa della sua fede.
Milioni di cattolici sudamericani saranno felici perché un papa sudamericano ha confermato ciò che essi già credono: Oscar Romero è in paradiso con i santi, alla presenza di Dio.
Traduzione italiana a cura di Federico Tagliaferri
pubblicata con il consenso dell’editore
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