
From the Editor's Desk
"The Tablet" – 29 maggio 2014
Papa Francesco ha dimostrato ancora una volta di possedere un’intuitiva comprensione del potere dei simboli. Durante la visita in Medio Oriente, la sua immagine, ripresa mentre pregava e toccava il famigerato muro di sicurezza che divide i palestinesi da Israele, ha fatto il giro del mondo. Essa ha detto, meglio di qualsiasi parola, che quella non è una soluzione accettabile del problema arabo-israeliano.
Il fatto che egli abbia ripetuto il gesto di fronte a un memoriale dedicato agli israeliani uccisi dai terroristi palestinesi, e poi di nuovo allo Yad Vashem, il memoriale e museo dell’Olocausto, dimostra che egli comprende la storia e la complessità del conflitto e le sensibilità di entrambe le parti.
La sua visita è arrivata nel momento in cui i progressi verso una soluzione che preveda due Stati si era bloccata, nonostante gli sforzi dell’amministrazione Obama e di altri.
La visita è stata presentata con intenzioni religiose piuttosto che politiche, ma ciò è durato solamente fino a quando è stato stampato l’itinerario papale, che descriveva la sua visita allo “Stato palestinese” e mostrava che egli sarebbe entrato dalla Giordania, non da Israele. Questa circostanza non avrà fatto molto piacere al governo Netanyahu, che è stato colto di sorpresa dall’invito del papa rivolto ai presidenti di Israele e della Palestina, Shimon Peres e Mahmoud Abbas, per un incontro di preghiera in Vaticano il mese seguente.
Grande è il pericolo che la rottura dei colloqui di pace indurisca gli animi di entrambe le parti, con il probabile esito di uno spargimento di sangue.
Ciò che ha fatto finire in stallo la trattativa è stato il rifiuto del primo ministro Benjamin Netanyahu di negoziare con un’amministrazione palestinese che comprendesse Hamas, dopo che il gruppo islamista aveva seppellito i vecchi rancori con l’Autorità palestinese guidata da Abbas. Hamas si è rifiutata di riconoscere Israele, anche se le condizioni di quel rifiuto sotto il nuovo governo unitario rimangono sfocate, e non ha rinunciato al diritto di lanciare razzi in territorio israeliano da Gaza, né di promuovere altri atti di terrorismo. Israele, nel frattempo, non ha rinunciato al diritto di espandere gli insediamenti ebraici in Cisgiordania né a fondarne di nuovi, sebbene l’opinione giuridica dominante, almeno fuori da Israele, è che essi sono illegali.
Quando si inginocchieranno insieme a fianco di papa Francesco il mese prossimo, per che cosa pregheranno i due presidenti? Potranno le preghiere del presidente Peres, noto costruttore di pace, modificare l’ostinata posizione pro-coloni della coalizione di Netanyahu? Potranno le preghiere del presidente Abbas, anch’egli uomo di buona volontà, trattenere le teste calde di Gaza? Non è impossibile. La posizione di Hamas è motivata dalla rabbia impotente; i coloni dalla convinzione che la loro sicurezza dipenda da un ben definito e ben difeso Stato ebraico, che non faccia concessione ai suoi nemici. Ciò che manca, come in passato ogni iniziativa di pace ha mostrato, è la fiducia. E la fiducia può essere costruita da gesti simbolici sinceri e carichi di significato. È qui che papa Francesco è un esperto.
Sia il giudaismo, sia l’islam condividono nel profondo la convinzione che il volere di Dio per l’umanità sia in favore della pace e della giustizia. Giustizia significa tanto riconoscere i diritti dell’altro quanto affermare i propri.
Come tradurlo in atti simbolici che possano smuovere cuori e menti è la sfida che papa Francesco si è dato. Quantomeno ha fatto una buona partenza.
Traduzione italiana a cura di Federico Tagliaferri
pubblicata con il consenso dell'editore
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