Nel dibattito tra i candidati in campagna elettorale per le prossime elezioni presidenziali in Nigeria, all’opinione pubblica non è sfuggita la polemica tra il card. John Onaiyekan, arcivescovo emerito di Abuja, capitale della Nigeria, e il presidente Bola Ahmed Tinubu. Il prelato, universalmente noto per il suo impegno a favore della pace, dei diritti umani e del dialogo interreligioso, ha reso pubblico lo scambio avvenuto il 28 luglio scorso, nella residenza presidenziale, tra lo stesso presidente e una delegazione di quindici vescovi della Cbcn (Conferenza episcopale cattolica nigeriana), guidati dall’arcivescovo Matthew Man-Oso Ndagoso, metropolita di Kaduna.
In un’intervista alla tv il cardinale Onaiyekan ha evocato le inquietudini dei vescovi a proposito della situazione del paese. Secondo il cardinale, i vescovi hanno sempre cercato di far presente al presidente la difficile situazione vissuta dalla popolazione a livello economico e di sicurezza, ma il presidente ha sempre nicchiato: “Sapevamo – ha dichiarato Onaiyekan – che le nostre segnalazioni erano un po’ diverse da quelle che il presidente riceveva dai suoi più stretti collaboratori e questo non lo soddisfaceva”. Il cardinale ha riassunto così, lapidariamente, la posizione dei vescovi: “La Nigeria sanguina”.
Secondo i vescovi, la situazione è molto grave. La povertà aumenta a causa del rincaro degli alimenti che mettono in difficoltà le famiglie; l’insicurezza dilaga, con rapimenti sempre più frequenti ed episodi di violenza; la disoccupazione giovanile è in crescita; gli attacchi contro le comunità cristiane, soprattutto in alcune zone del Nord e del Middle Belt, generano incertezza in molti villaggi. I vescovi sono stati molto diretti con il presidente, dicendo che il miglioramento degli indicatori macro-economici non significa automaticamente un miglioramento della vita della popolazione più povera. Su un totale di circa 240 milioni di abitanti, il 63 per cento vive sotto la soglia della povertà e si stima che 27 milioni di nigeriani abbiano affrontato difficoltà alimentari nell’autunno 2025. Circa metà della popolazione ha meno di 20 anni, ma non ha prospettive di futuro.
L’insicurezza riguarda sia le scuole, ma anche le chiese, le moschee, le case private e le fattorie. Le strade sono controllate da bande armate, gruppi terroristici e rapinatori che minacciano i cittadini, cristiani e musulmani, e agiscono con relativa libertà. Al governo si chiede di garantire che le persone possano vivere, lavorare, andare a scuola, coltivare la terra e praticare la propria fede senza paura. Il presidente, Tinubu, e il suo vice, Kashim Shettima, sono entrambi musulmani, mentre in passato esisteva un equilibrio religioso ai vertici dello Stato. Perciò i vescovi hanno fatto pressione sul governo affinché garantisca sicurezza alla popolazione cristiana, anche se l’insicurezza ormai colpisce indiscriminatamente tutti i nigeriani. Sul piano politico i vescovi hanno chiesto che le prossime elezioni siano libere, corrette e trasparenti, con facile accesso alle tessere elettorali. Hanno pure denunciato il rischio che la Nigeria diventi “un paese a partito unico”. È stata evocata la questione della neutralità dell’Inec (Commissione elettorale nigeriana) chiedendo garanzie sulla sua indipendenza affinché i risultati rispecchino il voto degli elettori.
Il presidente Tinubu non ha accettato questa analisi, ribadendo che l’economia del paese sta andando a gonfie vele ed ha superato le maggiori difficoltà. Ha stigmatizzato la posizione di Onaiyekan come “riprovevole”, perché non conforme alla realtà secondo i dati del governo e ha denunciato il fatto di aver diffuso pubblicamente i contenuti di un colloquio privato. L’opposizione politica, dal canto suo, ha invece ritenuto le dichiarazioni del presidente come tipiche di un’istituzione che non tollera critiche. L’incontro dei vescovi si è concluso con la richiesta al presidente di invitare papa Leone XIV in Nigeria, ritenendo la sua visita un forte appello alla pace, alla riconciliazione e all’unità nazionale.
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