LA PANDEMIA CORONAVIRUS IN TUNISIA / I DANNI COLLATERALI SOPRATTUTTO SUI PRECARI
Mentre in Tunisia i decessi per coronavirus sono ancora relativamente contenuti (22 su 596 positivi fino al 6 aprile), la vittima maggiore sembra essere quella parte della popolazione che vive ai margini del sistema economico ufficiale. Durante la settimana appena conclusa la tensione è esplosa in alcune parti del paese e per diversi motivi, e continua anche in questa. Lunedì 6 aprile un gruppo di migranti irregolari del centro di detenzione di El Ouardia (periferia sud di Tunisi) sono scesi in sciopero per protestare perché le condizioni in cui sono tenuti non garantiscono la protezione dal Covid-19.
In Tunisia, come altrove nel Maghreb e in tutta l’Africa, il settore “informale” dell’economia è da sempre una valvola di sicurezza contro la disoccupazione, la povertà, la fame. Si tratta dei venditori e delle venditrici sulla strada, gli ambulanti, i parcheggiatori abusivi, i lustrascarpe, il personale precario che lavora nei caffè e nei FastFood, coloro vivono della raccolta di materiali di scarto, chi vive di mendicità, ma anche i piccoli artigiani e commercianti, insomma coloro che vivono alla giornata, sprovvisti di un’entrata certa, senza contare poi gli immigrati irregolari, per i quali il Forum tunisino dei diritti economici e sociali ha chiesto il permesso di soggiorno, almeno temporaneo.
Non che i salariati regolari dormano sonni tranquilli di fronte alla prospettiva di una lunga crisi economica, ma quelli che non hanno nessuna forma di contratto di lavoro, di copertura sociale sono i più esposti alle conseguenze del confinamento imposto dal governo, e fatto rispettare con una certa determinazione (oltre un migliaio di arresti). La loro situazione è alquanto precaria già in tempi normali, e costituiscono quella fetta consistente della popolazione attiva, un terzo e oltre a seconda dei cicli economici, che costituiscono la cosiddetta disoccupazione “nascosta”. Con le misure imposte per tentare di contrastare l’epidemia la loro condizione li mette al limite della sopravvivenza.
Senza denaro, senza possibilità di fare una piccola scorta per far fronte alla scarsità di alcuni prodotti, provocata dalla speculazione che ha già causato l’aumento dei prezzi di certi generi alimentari, nell’attesa vana di un aiuto promesso dalle autorità, tra il morire o di fame o di coronavirus, hanno scelto di buttarsi nelle strade per manifestare la loro collera. Così all’inizio della scorsa settimana la prima manifestazione popolare di diverse centinaia di persone ha bloccato una strada di Mnihla, un quartiere periferico di Tunisi, dando fuoco ai pneumatici. Gli abitanti reclamano gli aiuti dello Stato che non arrivano. Alcuni esperti tunisini avanzano la cifra di un milione di persone, su una popolazione di 12 milioni, che si trovano totalmente prive di una qualsiasi risorsa con la chiusura delle attività e il confinamento a casa. La Banca Mondiale dal canto suo stima al 15,2 per cento (2018) la percentuale della popolazione che vive al di sotto della soglia di povertà.
Il 31 marzo il governo ha annunciato il prolungamento della chiusura del paese, in vigore dal 22 marzo, fino al 20 aprile. Il piano di aiuti annunciato è in ritardo, soprattutto è incerta la sua capacità di coprire il lavoro sotterraneo. Il presidente Kaïs Saïed ha riconosciuto difficoltà e ritardi, ma le sue parole non bastano a calmare la tensione. Intanto il ministro della Difesa Imed Hazgui, incontrando il presidente, ha assicurato che l’esercito è “pronto ad affrontare qualsiasi evenienza”. L’esercito è già impiegato nella distribuzione di materiale sanitario e di alimentari, e nella sorveglianza delle strade. Il Primo ministro Elyes Fakhfakh all’inizio di aprile ha ottenuto dal Parlamento la delega dei poteri straordinari, previsti dalla Costituzione, che gli consente di legiferare per decreto per i prossimi due mesi.
La rabbia esplode per molteplici ragioni. A Kasserine, nel centro-sud della Tunisia, il personale medico e paramedico dell’ospedale regionale aveva inscenato una vigorosa protesta per i ritardi nei prelevamenti e nei risultati dei test dopo che un loro collega, un medico del pronto soccorso, non aveva dichiarato di essere positivo al Covid-19, rischiando di infettare il personale e i pazienti. Per accelerare gli accertamenti avevano fatto appello alle forze dell’ordine che sono intervenute energicamente a far tacere la protesta. Il direttore regionale della sanità ha poi comunicato che sono stati eseguiti 112 test per verificare la diffusione del contagio.
La paura di larghi settori della popolazione si esprime anche in forme estreme che sembrano negare ogni residuo di umanità. A Biserta, sulla costa nord del paese, un gruppo di abitanti del quartiere El-Jala si è riunito davanti al cimitero per impedire la sepoltura di una donna di 76 anni deceduta per il coronavirus. A nulla sono servite le rassicurazioni che sarebbero state rispettate le norme previste per questa emergenza, e che la scelta del cimitero era stata dettata esclusivamente dalla vicinanza all’ospedale dove la donna era deceduta. Dopo tre ore di inutili negoziati, alla fine le forze dell’ordine sono dovute intervenire con i gas lacrimogeni per disperdere la folla e consentire la sepoltura. Tra i manifestanti 13 persone sono state denunciate. Il ministro della salute Abdellatif Mekki ha dovuto ricordare più volte negli ultimi giorni, anche di fronte all’accusa mossagli da un sindaco, di aver predisposto un protocollo apposito per la sepoltura delle persone colpite dal virus.
A Sousse la macchina di un ufficiale della guardia nazionale è stata incendiata alcune notti fa davanti alla sua abitazione. I sospetti sono indirizzati verso un gruppo di spacciatori. Anche questa categoria sommersa trova maggiori difficoltà ad agire nel contesto delle misure di contenimento del virus.






