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A due anni dall’arrivo al potere e al termine delle consultazioni del mese di novembre scorso, il presidente Felix Tshisekedi rompe l’accordo segreto con Joseph Kabila siglato dopo le contestate elezioni del dicembre 2018. La crisi che opponeva il Cach (Cap pour le changement) di Tshisekedi al Fcc (Front commun pour le Congo) di Kabila ha fatto saltare l’alleanza che aveva permesso la prima transizione pacifica del paese. Le divergenze profonde tra i due gruppi al governo hanno spinto l’attuale presidente a trovare una via di uscita dall’impasse politico lanciando una “sacra unione” di tutte le forze del paese in vista della formazione di una nuova maggioranza. 

Così il 6 dicembre 2020 Tshisekedi si è rivolto ai compatrioti nelle quattro lingue della nazione per tracciare un bilancio delle consultazioni: “Miei cari compatrioti, nelle consultazioni c’è stata grande convergenza sulle questioni essenziali”, come l’instabilità politica, l’insicurezza alimentare, la crisi della democrazia, la corruzione capillare, la svalutazione della moneta nazionale, la mancanza di lavoro per i giovani. La maggioranza delle persone consultate ha chiesto di “mettere fine alla coalizione Fcc-Cach”, in quanto causa dello stallo politico in corso. Per questo Tshisekedi ha dichiarato: “Non posso dunque continuare in questa immobilità politica”. Il presidente ha ammesso che la coalizione formata con Kabila non gli ha consentito di attuare il suo programma e rispondere alle attese dei congolesi. 

Per uscire da questa paralisi politica e liberarsi dalla morsa di Kabila, Tshisekedi nominerà, d’accordo con le disposizioni della Costituzione, un “informatore” affinché identifichi una nuova maggioranza in seno all’Assemblea nazionale. Tshisekedi ha persino evocato l’ipotesi – extrema ratio – di sciogliere l’Assemblea ritornando alle urne nel caso  non si riuscisse a trovare una nuova maggioranza. L’appello del capo dello Stato è stato come un campanello d’allarme, “una chiamata alla mobilitazione generale di fronte al degrado in corso nel paese…”. Secondo la Costituzione, l’informatore – che sarà nominato dopo le dimissioni del primo ministro, del Fcc di Kabila, dal quale evidentemente prenderà ordini – ha trenta giorni, rinnovabili una sola volta, per trovare una soluzione. 

Prima di procedere, Tshisekedi ha incontrato le gerarchie militari delle forze armate e della polizia nazionale per sincerarsi sulla loro lealtà nei suoi confronti. Malgrado la situazione salariale precaria nella quale versano gli uomini in uniforme, tutti si sono dichiarati indipendenti dai partiti e obbedienti al capo supremo che è il presidente della Repubblica. Resta comunque l’incognita di coloro che, nei suoi 18 anni al potere ha nominato Kabila, tra cui alcuni compagni d’armi del tempo delle guerre nel paese. Il Fcc di Kabila non ha partecipato alle consultazioni, dichiarandosi estraneo a questa iniziativa di Tshisekedi. Anzi Kabila ha risposto con un’offensiva diplomatica in diversi paesi africani, cominciando da quelli che erano stati testimoni dell’alleanza di governo: Egitto, Kenya e Africa del Sud; passando ai paesi vicini, come il Ruanda e i paesi della Sadc (Comunità degli Stati dell’Africa australe); fino al segretario delle Nazioni Unite. La reazione di Tshisekedi non si è fatta attendere con l’invio di emissari nelle stesse capitali africane. La vicina Angola, visitata direttamente da Tshisekedi, ha persino mandato due aerei caccia a sorvolare Kinshasa per manifestare il sostegno di Luanda a Tshisekedi. 

La popolazione, i rappresentanti della società civile e le varie associazioni sono complessivamente favorevoli alla scelta del presidente di rompere l’alleanza con Kabila, visto l’immobilismo politico in cui s’era cacciato il governo. In un’intervista al quotidiano cattolico francese La Croix, il card. Fridolin Ambongo, arcivescovo di Kinshasa, ha affermato che il messaggio dei vescovi al presidente è chiaro: “Non ci interessano le condizioni di coloro che sono al potere; ci sta a cuore la condizione del popolo. Il paese è totalmente bloccato. Nessuno più lavora per il popolo. Quelli che sono al potere passano il tempo a litigare, se non si riempiono le tasche. Dopo le consultazioni si impongono cambiamenti radicali. L’alleanza di governo non funziona. Speriamo che il presidente della Repubblica abbia il coraggio politico di mettere fine a questa alleanza e di appellarsi ai partiti e politici dell’opposizione, ma anche a quelli di buona volontà del Fcc per trovare una soluzione”. 

Giovedì 10 dicembre è arrivata la prima sorpresa: Jeannine Madumba, presidente dell’Assemblea nazionale, una delle persone chiave del sistema Kabila, è stata destituita con quattro dei cinque membri del suo collegio, da un voto di sfiducia: 281 voti contro 200. Questo significa che tra i 305 seggi del gruppo di Kabila, sui 500 che conta l’assemblea, molti hanno manifestato il loro dissenso nei confronti di un sistema che vuole occupare sempre più spazi non lasciando respirare il governo. Come interpretare questo voto di sfiducia? Come il primo risultato delle consultazioni del presidente? Non è ancora chiaro se questa nuova maggioranza sia stabile. Fatto sta che Tshisekedi segna una prima vittoria importante, che va nel senso della formazione di una “sacra unione” per far uscire il paese dalla crisi. 

I paesi vicini, le cancellerie di molti paesi occidentali e gli organismi internazionali, temono l’instabilità del Congo RD. La rappresentante dell’Onu, Leïla Zerrougui, si è subito mobilitata e ha allertato il Consiglio di sicurezza dell’Onu sull’incertezza del paese, che non si può permettere un’ennesima crisi istituzionale, rischiando di sfociare in un grave conflitto. Perciò ha invitato il Consiglio di sicurezza a giocare un ruolo attivo per trovare al più presto una soluzione.  Il segretario dell’Onu, Antonio Guterres, ha fatto immediatamente suoi questi pensieri. Tra le scadenze in calendario c’è anche la conclusione del mandato della missione Monusco il 20 dicembre prossimo, una missione composta da circa 15mila caschi blu. Anche l’Ua si è preoccupata della svolta nel paese. In questo frangente, le diplomazie di Usa, Canada, Regno Unito, Corea del Sud, Giappone, Svizzera, Francia e Belgio si sono dette subito disponibili a garantire il loro aiuto nel processo di riforme soprattutto verso la lotta alla corruzione, contro l’impunità e per il consolidamento della pace. 

Un osservatore acuto come Afrikarabia.com ha fatto notare che Tshisekedi non avrà gioco facile. Il presidente però si è consultato a lungo con i suoi partner occidentali per vedere fin dove poteva arrivare con la rottura. I risultati delle consultazioni potranno permettere di fare pressione sul Fcc e negoziare almeno un nuovo accordo politico per ottenere un margine maggiore di manovra. Tshisekedi conta sull’attivo ambasciatore Usa e i suoi colleghi europei, ma anche sulla Cenco (Conferenza Episcopale Nazionale del Congo), per portare Kabila al tavolo dei negoziati. D’altro canto queste consultazioni hanno mostrato al Fcc un diffuso dissenso circa il suo eccessivo dominio delle istituzioni del paese. È questo il messaggio che Tshisekadi ha voluto mandare a Kabila: voi avrete dalla vostra tutti i poteri che volete, ma io ho dalla mia la società civile congolese, l’opposizione politica e la comunità internazionale. A questo punto solo un negoziato tra i due potrà permettere al paese di uscire dall’incertezza e ritornare a sperare.



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