CARTAGENA, COLOMBIA / L’AMORE AL TEMPO DEL COVID-19
Questo saggio contestualizza la crisi mondiale del Covid-19 nella città di Cartagena de Indias, in Colombia, tenendo presenti la storia e le paradossali diverse realtà che convivono in uno dei luoghi più visitati dell’America latina.
Cartagena de Indias, dove vivo, è una città turistica. E lo è sempre stata. È un porto, quindi un crocevia di culture da più di cinque secoli. Il suo nome sintetizza perfettamente il suo carattere cosmopolita: Cartagena, provincia marittima di notevole importanza nella Penisola Iberica della regina Isabella del sedicesimo secolo, e Indias, ovvero la regione che Cristoforo Colombo credeva di aver raggiunto quando arrivò per la prima volta con le tre caravelle nelle Americhe.
Cartagena è quindi città turistica per antonomasia. La prima ondata di turismo si può definire, con un eufemismo, “forzata”: nel sedicesimo secolo, abitanti dell’Africa occidentale subsahariana giunsero schiavi in queste terre, attraverso l’Oceano Atlantico. Negli anni a venire, marinai, commercianti, militari, diplomatici spagnoli e inglesi visitarono la zona per ampliare gli orizzonti coloniali dei rispettivi paesi d’origine. Dal ventesimo secolo questo tipo di turismo è stato sostituito con quello, sempre “forzato”, di immigrati appartenenti ai paesi dell’ex impero ottomano e con quello spontaneo di ricche famiglie nazionali e di intraprendenti uomini di cinema affascinati dai romantici set naturali della città, tra i quali vari italiani. Per essere più precisi, al giorno d’oggi, tralasciando il recente esodo venezuelano a Cartagena (dovuto alla crisi economica scoppiata sotto il governo di Nicolas Maduro), la comunità straniera con il maggiore numero di residenti a Cartagena è proprio quella italiana.
Cartagena, la perla dei Caraibi
La Colombia è ormai considerata, da oltre quindici anni, un paese relativamente tranquillo, e Cartagena, “La perla dei Caraibi”, è meta di migliaia di turisti, internazionali e nazionali, che la popolano per tutto l’anno in cerca di palme, mare, sole, frutta esotica, architettura coloniale e dolce vita. Non è certo un caso che nel 2019 la Colombia sia stata eletta come destinazione turistica dell’anno per la Lonely Planet e che, in questo turbolento 2020, abbia ricevuto lo stesso premio dall’Ustoa (United States Tour Operators Association), senza dimenticare che per chiunque vada in Colombia, Cartagena è tappa obbligatoria.
“La perla dei Caraibi” è arte e poesia: una città splendida che offre tramonti unici, strade tranquille cosparse di casette color pastello, maestose chiese e fortezze del periodo Iberico, ampi cortili coloniali con fontane, balconi in legno decorati con buganville e orchidee, musiche e gente di tutti i tipi. E mare, mare ovunque. Il maggiore endorsement a Cartagena è stato e rimane quello del figliol prodigo dei Caraibi colombiani, l’esponente di maggior spicco di questa zona, Premio Nobel della letteratura, inventore del Realismo magico ispirato alle leggende e alla vita quotidiana di queste terre: Gabriel Garcia Marquez. “Veramente, adoro stare a Cartagena”, amava dire, “perché io vengo da lì, capisci? A Cartagena ho una casa semplice, gustosa e accogliente con vista sul mare e sulla città vecchia. È come se fosse il mio ambiente ecologico. Penso che quando scopri il tuo ambiente ecologico, così come per le piante e per gli animali, anche l'organismo inizia a funzionare meglio”.
Cartagena è il perfetto sfondo per un film (chiedete ai nostri cinefili connazionali) o un romanzo, e Marquez ce lo dimostra con L’amore ai tempi del colera. Chiunque abbia letto l’appassionante ed eterna storia d’amore tra Firmina Daza e Florentino Ariza sa che questo romanzo incarna tutti gli aspetti della Cartagena descritta fin qui.
Cartagena è tutto questo e anche di più, e non sempre il “di più” è sinonimo di meglio. Marquez ripeteva più volte: “Non è possibile definire Cartagena. Gli storici hanno inventato un’altra Cartagena che non ha nulla a che vedere con quella vera”. Infatti questa affascinante urbe, più di molte altre grandi città nel continente, incarna il peggior male diffuso nelle capitali latino americane: la disuguaglianza socio-economica. Cartagena di fatto non è una sola città, ma due in una. C’è quella turistica ed esclusiva, che dal centro storico coloniale, protetto dalla muraglia (progettata dall’ingegnere italiano al servizio della corona spagnola Battista Antonelli), si espande verso il nuovo quartiere Bocagrande, una Miami costellata da spiagge e infiniti grattacieli bianchi, fino ad arrivare al Castello di San Felipe (la fortezza spagnola più grande e meglio conservata nelle Americhe), e al Convento della Popa, abbazia dell’ordine Agostiniano costruita nel 1611, in cima a una montagna che sovrasta la città.
Ma è solo dopo l’abbazia che inizia la vera Cartagena. La Cartagena non turistica, il vero centro della città, dato che in questa parte risiede più dei tre quarti del totale dei suoi 914.552 abitanti, come afferma il Comune nel suo ultimo censimento del 2019. Non penso sia produttivo descrivere le indegne condizioni di vita, la criminalità e la mancanza di servizi di base di queste zone, da sempre abbandonate dallo Stato, tanto prima quanto dopo l’indipendenza dalla corona spagnola. Ma penso che sia costruttivo farlo nell’ottica di questa nuova pandemia del Covid-19, di fatto già preceduta dall’epidemia di Colera nel libro – profezia di Marquez. Sì, profezia, perché molte delle riflessioni che si possono trarre da questo libro e anche dall’altro capolavoro del Maestro Marquez, Cent’anni di solitudine, sono più che mai vigenti nell’attuale momento di crisi della Perla dei Caraibi e in generale in America latina.
Sin dall’inizio abbiamo reiterato la vocazione turistica di Cartagena, senza però accennare concretamente ai benefici portati dal turismo nella città, o meglio nelle due città. Perché nonostante tutta la forza lavoro della Cartagena turistica provenga dai quartieri poveri, dove risiede la maggior parte degli abitanti – quasi tutti afro-discendenti – i veri vantaggi si vedono riflessi solo tra gli abitanti, i servizi e le infrastrutture della Cartagena turistica, dove vivono pochi cartageneros e molti stranieri. Nelle zone più periferiche della città i servizi privati degli acquedotti, dell’elettricità e del gas molto spesso sono interrotti, e con una media annua di 35 gradi centigradi, senza tali servizi in una città come Cartagena si può letteralmente morire. Logiche del mercato neo-liberale che ci governano.
Senza dubbio, anche se lontanissimo dal concetto d’equità e merito, il turismo aiuta gli abitanti afro di queste zone periferiche a sbarcare il lunario con un salario minimo, fissato dal governo a circa 270 euro al mese. E Cartagena, per i suoi unici tramonti e le sue tranquille stradine cosparse di casette color pastello, è una città cara, molto cara. Allo stesso tempo, però, il turismo aiuta soprattutto la categoria di lavoratori più numerosa della città: i lavoratori informali (tradotto: lavoratori in nero). Tante donne e tanti uomini che dall’alba fino a notte fonda affollano le strade di Cartagena (nei Caraibi, a parte nella caldissima ora di pranzo, tutto si svolge all’aria aperta) per vendere prodotti di qualsiasi tipo ai turisti e alla gente locale che passeggia per le vie. Frutta fresca, cellulari usati, lunghissimi sigari cubani, magiche colle attacca-tutto, sensazionali pomate terapeutiche, raffinati aggeggi taglia verdure, adattatori e granite dolcissime. Lavoratori che aiutano ad aumentare le entrate di quei 270 euro mensili delle proprie famiglie. Lavoratori che non conoscono giorni feriali e che lavorano senza assicurazione medica. Lavoratori che non conosceranno mai la pensione, che non sanno, né oggi né domani, se riusciranno a mangiare più di un pasto al giorno. Lavoratori che se si dedicano a vendite di prodotti considerati più esclusivi e meno legali, riescono anche a terminare la giornata lavorativa con la pancia piena. Ad ogni modo, è inevitabile constatare che il turismo in una città come Cartagena si sostituisce allo Stato e, discriminando in base al colore della pelle e alla localizzazione geografica, nutre i suoi figli.
A questo punto, forse, alcuni di voi avranno già immaginato le conseguenze nefaste del Covid-19 in una città come Cartagena, dove secondo i più recenti dati del 2019 del Dipartimento Amministrativo Nazionale di Statistica (Dane) – che possono essere approssimati per difetto – quasi il 55 per cento della popolazione cartagenera registrata svolge un’attività lavorativa informale. Sono stato sorpreso in positivo dalle precauzioni e misure pubbliche adottate dal neo eletto sindaco di Cartagena, William Dau, una persona pragmatica, che ha sfidato la storica corruzione dell’amministrazione pubblica di Cartagena e per questo ha vissuto quindici anni in esilio a New York. Cartagena è una splendida città che però presenta la più complessa realtà socio-politica del paese, e in tale contesto ricoprire il ruolo del sindaco non è compito facile. Basti pensare che negli ultimi dieci anni il comune di Cartagena ha visto transitare per i suoi uffici dieci sindaci differenti, sette dei quali accusati di corruzione. L’apice è stato raggiunto da Manolo Duque, presentatore radio che denunciava le ingiustizie della sua terra natale. Primo cittadino dal 2016 al 2017, è stato recentemente arrestato insieme a quindici dei diciannove funzionari pubblici della sua amministrazione.
Cartagena al tempo del Covid-19
Ritornando al tema delle misure preventive anti-Covid-19, ribadisco la mia iniziale sorpresa nel vedere politiche pubbliche ben implementate per contrastare il virus. Il 16 marzo proprio a Cartagena si registrava il primo caso di morte per Covid-19, un tassista che due settimane prima aveva portato all’aeroporto tre turisti italiani. Da quel 16 marzo, Dau ha dichiarato per primo in tutto il Paese l’isolamento sociale (all’8 di giugno ancora vigente), istituendo il cosiddetto “pico y cedula”. Questo “pico y cedula” è una strategia che permette ad ogni persona di uscire di casa due volte a settimana, a seconda del numero del documento (cedula) e del sesso. La domenica è previsto un coprifuoco totale per tutti i cittadini perché è considerato il giorno più esposto ad assembramenti, data la cultura famigliare e festiva dei latini. La strategia, per il primo mese, ha dato i suoi frutti. I residenti del centro storico e Bocagrande, le zone abbienti e turistiche della città, non hanno avuto problemi a rispettarla, e non ne avranno per un bel po’. Tutto sommato rappresentano quella bassissima percentuale di colombiani e stranieri benestanti della “Fantastica” Cartagena, uno dei tanti epiteti di questa città. Anche gli abitanti delle zone periferiche successive al convento della Popa sono riusciti a cavarsela per un mese. In fin dei conti un mese mangiando un pasto al giorno si può sostenere. Però di più no. A queste persone il Covid-19 e le conseguenti misure preventive del “pico y cedula” stanno lentamente togliendo la dignità: se non possono uscire e vendere per strada i loro diversi prodotti, e se in queste stesse strade non c’è nessuno che può comprarglieli, non mangiano, non possono pagare gli affitti e le bollette e non possono comprare mascherine certificate, guanti e sapone. Insomma, sono destinati alla morte. Stiamo parlando di più del 60 per cento della popolazione cartagenera, se si considera oltre la percentuale di lavoratori informali (53 per cento) anche quella dei disoccupati (quasi del 7 per cento secondo le ultime stime del DANE).
Sono sempre gli ultimi a soffrire più di tutti
Cartagena ha più che mai bisogno di nuove politiche inclusive che prevedano un trattamento degno ed equo soprattutto per gli ultimi: lavoratori informali, disoccupati e afro-discendenti. È innegabile che il Covid-19 stia lentamente distruggendo l’economia della città, che basa la sua fortuna principalmente sul turismo, oltre che sull‘industria energetica (altamente inquinante e obsoleta) e sul commercio portuale. È fuori discussione che anche i proprietari delle miriadi di hotel a cinque stelle del centro storico, dei loft di Bocagrande e di tutti gli esercizi commerciali insieme alla manodopera qualificata della città, stiano soffrendo una crisi economica mai sperimentata prima, e che anche per queste categorie bisogna proporre nuove politiche e strategie, se si vuole evitare un default della città. Però è oltremodo innegabile che questa nuova pandemia, che ha innescato la crisi economica, rischia di esacerbare ancora di più quella sociale. In data odierna, 30 giugno 2020, in Colombia si registrano ufficialmente 3.011 decessi per Covid-19 e 97.846 casi confermati, un terzo dei quali si manifesta nella regione di Bogotá, popolatissima capitale della nazione con i suoi quasi sette milioni e mezzo di abitanti (qua, di prove con i tamponi, non se ne fanno). A Cartagena si stimano, ad oggi, 323 decessi e 8.146 contagi. Non casualmente più dell’80 per cento dei contagi sono nelle periferie e negli slum, dove in un alloggio abusivo di 30 m2 con tetto in lamiera di zinco, pareti di legno e pavimenti di terra, vive un nucleo familiare, quindi in media sei persone, tutti a contatti uno con l’altro, con scarso accesso all’acqua potabile e condizioni igienico-sanitarie precarie. I casi proliferano sempre di più presso lo snodo commerciale della città, il grande, sporco ed essenziale mercato alimentare all’aperto di Bazurto, dove gli abitanti più poveri della città hanno deciso di riprendersi il proprio lavoro informale, con l’uso intermittente di mascherine artigianali, fabbricate con pezzi di Scottex e stoffa.
Progetti di sviluppo umano
Sono ormai cinque anni che lavoro su progetti di sviluppo umano, principalmente agricoltura, educazione e arte, negli slum e nelle zone periferiche di Cartagena. Spesso collaboro con il settore pubblico, università, associazioni e aziende private e recentemente, per far fronte alle problematiche del Covid-19, ho avviato una serie di progetti umanitari con il team di cooperazione internazionale del nuovo sindaco. Esattamente ventotto giorni fa, abbiamo iniziato una campagna di raccolta fondi per comprare prodotti agricoli dalle comunità rurali vicino a Cartagena, con lo scopo di distribuirli a 1.000 famiglie in condizione di vulnerabilità ed alleviare la difficile situazione economica dei contadini. Chiaramente, tutti i prodotti sono destinanti a quelle zone dove il tasso di Covid-19 e il sotto-sviluppo cronico sono più critici. Sono zone che conosco bene, e che hanno una complessa composizione sociale. Slum come Nelson Mandela, Olaya e il Pozon, i tre quartieri più problematici e più popolati di tutta Cartagena, sono insediamenti dove vivono ex paramilitari, ex guerriglieri, membri di gang, giovani criminali ma soprattutto contadini sfollati, vedove e persone umili senza risorse economiche o senza documenti, tutti vittime della violenza che il conflitto colombiano ha generato da sessant’anni a questa parte. Dato il prolungamento della quarantena, la società civile composta dagli abitanti benestanti del centro storico e Bocagrande, con l’aiuto del comune, delle ONG e delle aziende private, ha deciso recentemente di donare cibo, mascherine certificate, guanti e gel antibatterici agli abitanti di questi quartieri. Essendo uno dei promotori di tale progetto con il team del nuovo sindaco, mi sono recato personalmente a distribuire i beni di prima necessità a queste comunità ed ho potuto constatare con i miei occhi la terrificante situazione che si è creata durante la pandemia. Sin dall’inizio del suo mandato (fine ottobre del 2019) il nuovo sindaco sta dimostrando, con una retorica pragmatica e poco politica mai vista prima, il suo impegno nel combattere la storica e, a quanto pare, invincibile corruzione della città: il primo tra i suoi obbiettivi elettorali. Tutti i residenti della città riconoscono a Dau il difficile compito di far fronte ai problemi sociali intramontabili di Cartagena, ereditati dalle disastrose gestioni precedenti, nel bel mezzo di un virus mortale e una crisi economica. Tuttavia, e soprattutto dopo aver constatato personalmente la situazione, sento che ci vogliono più aiuti umanitari e più campagne di sensibilizzazione da parte dello Stato, inesistente ormai da tempo immemore nella quotidianità di queste persone. Perché alcune migliaia di cesti contenenti viveri e beni di prima necessità, con la possibile esenzione dal pagamento delle bollette di luce, gas e acqua, sono sicuramente un importante sollievo momentaneo, però non bastano in un’ottica di sviluppo sostenibile e quindi nel lungo termine. Contemporaneamente però, con un senso d’impotenza, sento che quello che non si è riuscito a fare negli ultimi sessant’anni, non può magicamente realizzarsi in due mesi, anche se Dau fosse un Pepe Mujica colombiano o il super uomo di Nietzsche.
Gli afro-discendenti
A Nelson Mandela, Olaya e il Pozon, la gente è totalmente vittima e simultaneamente complice della diffusione del virus. E non per colpa sua. Onestamente non saprei dire di chi potrebbe essere la colpa, se non, ancora una volta, dell’assenza perenne dello Stato. Si è perfino deciso negli ultimi tre giorni di utilizzare l’esercito per far rispettare le misure preventive di isolamento sociale. Dalla mia prima visita in queste zone della città nel 2015 fino all’ultima di pochi giorni fa, mi son reso conto che nulla è cambiato. I suoi abitanti afro-discendenti continuano a stare seduti per strada, ammassati in gruppi di venti o trenta persone, a bere rum dalle stesse bottiglie, a ballare seguendo il ritmo sensuale della musica caraibica “spacca timpani”, a giocare partite interminabili di calcio a piedi nudi, a cantare a squarciagola nostalgiche melodie africane accompagnate da tamburi, a tagliarsi i capelli all’interno di garage di 3 metri per 3 convertiti in saloni di bellezza, tutto questo sempre gli uni vicino agli altri. Chiaramente tutti senza mascherine, guanti o occhiali protettivi. Quando, amichevolmente, ho chiesto una spiegazione sul perché di tale comportamento, un panciuto signore di mezz’età, con i capelli ossigenati e una lattina di birra in mano, mi ha dato una riposta degna del Realismo Magico di Marquez: la credenza comune, tra gli abitanti afro-discendenti di questi slum, di essere immuni al Covid-19. Infatti mi hanno confermato, in coro e a gran voce, che in Africa, il virus non ha colpito ferocemente come in altre zone del mondo. Non contesto le loro affermazioni né le fonti, non sarebbe utile, opportuno. Piuttosto gli chiedo di essere più specifici sulla loro presunta immunità al corona virus. Il mio nuovo amico mi spiega che a livello storico e biologico, il loro sistema immunitario, per poter sopravvivere dalla schiavitù trans-atlantica fino ad oggi, ha immagazzinato una serie di potentissimi anticorpi, capaci di resistere a quasi tutto. Mentre finisce compiaciuto di illustrarmi la sua teoria antropologica anti-Covid-19, mi guardo intorno e a parte le casette con i tetti in lamiera, vedo polli, cani randagi, maiali e lunghi canali di acque stagnanti pieni di rifiuti e spazzatura; e penso che queste acque stagnanti sono focolai di malattie da sempre. Penso che, come indicano le statistiche locali, ancora al giorno d’oggi, gli abitanti di questi insediamenti muoiono di colera, malattie respiratorie e di dengue, una sorta di malaria locale che dagli ultimi decenni del secolo passato affligge le popolazioni caraibiche, causandogli forti contrazioni muscolari e febbri acutissime. Dal modo in cui mi guarda il mio nuovo amico, sospetto che stia intuendo i miei pensieri. Chiaramente lui sa tutto questo, sa cosa voglia dire avere la dengue, sa cosa significhi vedere il figlio di un vicino morire disidratato per una diarrea cronica, e sospetto anche che sappia che solo nel suo quartiere, Nelson Mandela, ci sono più morti per Covid-19 che in tutta la Cartagena turistica. Però lui, come del resto tutti i residenti della periferia, sa qualcosa che né io, né Dau, né l’altra categoria di abitanti della sua città possiamo remotamente immaginare. Sa cosa sono la fame e la violenza, sa che non può permettersi di non stare per strada, per molti motivi: per vendere qualsiasi prodotto per sostenere la sua famiglia, come per giocare a calcio, ballare o discutere con i suoi compari. Sa che la vicinanza e l’umanità con e verso i suoi simili sono la cosa più importante che c’è. Sicuramente più importante di un virus assassino su scala mondiale. Non dimentichiamoci poi che a queste latitudini periferiche del globo, le genti sono festose e fataliste. Festose, prerogativa dei popoli latini e di quei popoli che conoscono la guerra; e soprattutto fataliste, eredità di quell’ animismo dei loro avi condiviso in tutti i Caraibi.
Tutto parte dall’educazione
È chiaro che ci vorrebbero programmi di sensibilizzazione più efficienti sulla prevenzione e sulle conseguenze del Covid-19 per le comunità afro degli slum, ma quanto utile sarebbe rispetto alle credenze di queste stesse comunità e al trattamento loro riservato dai vertici del sistema pubblico? E a che scopo adesso? Tutto parte dall’educazione, l’istruzione è ciò che rende liberi, e nei quartieri oltre il convento della Popa l’educazione è praticamente inesistente. Ci sono strutture scolastiche, tanto a Nelson Mandela come a Olaya o El Pozon, che contano aule di 80 m2 dove “vengono istruiti” quarantacinque studenti, con una sedia e un tavolino apribile, minuscolo, con solo due ventilatori per tutta l’aula, e con porte comunicanti (sempre aperte) con le altre aule, che gli allievi attraversano incessantemente per poter andare in bagno. E, quasi sempre, in un’aula dove si sta svolgendo una classe di matematica gli studenti prestano più attenzione alla voce del professore di storia dell’aula accanto. Considerando che a Cartagena, per l’umidità, c’è una temperatura percepita di 40 gradi centigradi quasi tutti i giorni dell’anno, immaginatevi in che condizioni studiano i giovani afro-discendenti. E come se non bastasse, tali scuole, come del resto le case di queste zone, sono “adornate” da un tetto di metallo, che concentra fortemente tutti i 40 gradi di calore. A livello nazionale, ci sono delle prove chiamate ICSEF che servono per misurare in termini quantitativi e qualitativi la preparazione accademica generale degli studenti delle scuole superiori, e che spesso vengono considerate come dei test d’ingresso per le università pubbliche e alcune private. Tali prove prevedono un punteggio massimo di 500 punti, e nelle ultime del 2019 la media nazionale si è attestata sui 250 punti. Nella Cartagena bene (ossia le scuole private) la media è di ventitré punti superiore a quella nazionale, mentre nelle restanti zone povere e rurali, la media è di 39 punti inferiore, registrandosi come la più bassa a livello urbano di tutto il Paese. Possiamo dedurre che l’educazione superiore in Colombia sicuramente non è altamente qualificata; tuttavia, quella dei quartieri afro è semplicemente disastrosa; e quasi interamente per colpa delle deplorevoli condizioni e il poco interesse/fondi che il sistema pubblico cartagenero dedica all’istruzione.
Gli scrittori sono spesso profeti
Gabriel Garcia Marquez ha sempre dimostrato, tanto nella sua vita di scrittore quanto in quella privata, un grande interesse per le piaghe, le pandemie e i fenomeni paranormali. Non è un caso che il suo marchio letterario sia il Realismo Magico, una corrente artistica che si manifesta attraverso l’illustrazione dell’irreale e dell’insolito come qualcosa di normale e quotidiano. Il figlio del prodigo autore dei Caraibi colombiani ha recentemente scritto per il New York Times una lettera per il sesto anniversario della morte del padre, nella quale analizza la situazione del Covid-19 e le costanti similitudini tra la vita attuale in isolamento e alcuni episodi dei suoi più celebri romanzi, come L’amore al tempo del colera o Cent’anni di solitudine, con la sua leggendaria “peste d’insonnia” che aveva colpito tutta Macondo. Che dire; gli scrittori sono spesso profeti. Del resto, grandi opere letterarie come il Decameron di Boccaccio e La peste di Albert Camus furono concepite durante delle pandemie.
La più grande paura di Gabriel Garcia Marquez: la solitudine
Nella lettera, emerge l’amore di Gabo per le nazioni più latine d’Europa: “Due dei Paesi che hai amato di più, Spagna e Italia, sono tra i più colpiti. Alcuni dei tuoi più vecchi e cari amici a Barcellona, Madrid e Milano stanno affrontando la pandemia come meglio possono, negli stessi appartamenti che tu e mamma avete visitato innumerevoli volte nel corso dei decenni”; Dalle parole del figlio, emerge anche la più grande paura di Marquez e di tutti i popoli latini, e specificamente degli abitanti periferici di Cartagena: la solitudine. Egli scrive che in questi giorni “la morte non è l'unica cosa che ci terrorizza, ma le circostanze. Un’uscita di scena finale senza addii, propiziata da estranei travestiti da alieni, macchine che suonano spietatamente; e tutti circondati da altre persone in situazioni simili, lontane dalle loro genti, dai loro cari”. Il figlio dello scrittore conclude la sua lettera spiegando al padre come per il momento “vive nella nebbia”, nell’incertezza che tutti condividiamo in questi giorni. L’unica cosa che aspetta con impazienza è che “i grandi maestri, presenti e futuri, metabolizzino questa esperienza condivisa; nel frattempo, il pianeta continua a girare e la vita è ancora misteriosa, potente e sorprendente. Oppure, come tu sempre dicevi con meno aggettivi e più poesia, nessuno insegna niente alla vita”.
Cartagena, la città della disuguaglianza
Da pochi giorni, dopo sette anni di revisioni e compromessi legali, la Colombia ha fatto il suo ingresso nell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE): stiamo parlando di un’organizzazione formata dalle trentasette economie occidentali di maggior rilievo nel mondo. Sì, la Colombia è ricca, è un paese di reddito medio-alto che con il suo PIL pro-capite di quasi 12.000 dollari all’anno, superiore addirittura ad alcuni paesi dell’Ue, è ad un passo da essere considerato come paese di reddito alto. Detto questo, secondo le ultime statiche della Banca Mondiale del 2019 questa ricca nazione è anche al quinto posto al mondo per la diseguaglianza nella distribuzione dei beni nell’economia nazionale. E come abbiamo visto, Cartagena conosce molto bene questa disuguaglianza. Basta pensare alla famosa struttura di “estratos” che classifica i suoi cittadini. “Estratos” sono gli strati socio-economici che vanno da uno a sei, in ordine crescente. Il numero uno rappresenta lo strato più povero, il sei quello più ricco. A Cartagena, il tuo cognome, il colore della tua pelle, la zona dove vivi e il liceo che hai frequentato sono la prima presentazione per sapere da che ceto provieni, e questa appartenenza determina la tua esistenza: dove puoi studiare, lavorare o vivere. Tutti gli abitanti della zona dopo il convento della Popa fanno parte dei primi tre strati, mentre i residenti della Cartagena turistica completano la parte più alta di questa piramide. Un’abitante di Nelson Mandela non potrà quindi mai avere accesso a una buona educazione privata (la sola istruzione valida in queste latitudini) e, ancora meno probabilmente, a studi universitari di qualità in una delle tante buone università private di Bogotá o Medellin. Non ha semplicemente i mezzi economici per farlo, e anche se fosse un allievo prodigio, a Cartagena, non gli permetterebbero di studiare in un liceo per ricchi bianchi di Bocagrande, perché appartenente a un “estrato inferiore”. E se anche diventasse milionario, sarebbe molto complicato a livello sociale essere accettato come residente di un lussuoso grattacielo di Bocagrande. Solamente per il suo colore della pelle, la sua formazione e le sue origini. E se un abitante afro della zona periferica, diventato benestante, decidesse impavido e incurante del giudizio altrui, di comprare un loft nella parte turistica della città, sarebbe probabilmente etichettato come narcotrafficante o prestanome per qualche sporco affare. Per questo, quei pochi abitanti della periferia che sono riusciti a raggiungere una buona posizione socio-economica a Cartagena preferiscono rimanere a vivere tra le loro genti e le loro festose abitudini. A Cartagena, nel ventunesimo secolo, esistono ancora i cittadini di prima, seconda, terza, quarta, quinta e sesta classe.
È necessario un nuovo ordine mondiale
Il Covid-19 sta paralizzando violentemente l’economia di Cartagena, e questo è innegabile tanto per i ricchi proprietari di hotel, come per i piccoli alimentari e la miriade di lavoratori informali che invadono la città. La “Fantastica” per adesso è morta; tutti i bar e gli hotel, e quasi tutti i commerci, sono chiusi. I suoi abitanti, a distanza di pochi mesi dall’inizio della pandemia, già ricordano con nostalgia i tempi d’oro del turismo prospero che però favoriva realmente e cinicamente solo le classi abbienti, ovvero solo la Cartagena centrale e i suoi bianchi proprietari. Proprietari degli esclusivi bar, hotel, loft e agenzie turistiche che i cittadini d’ultima classe non hanno mai potuto conoscere e, a questo punto, mai potranno. Io però, come straniero bianco residente, conosco bene i bar, hotel, loft e agenzie turistiche e i loro proprietari. E so che, senza esagerare, la maggior-parte di questi imprenditori si è vista costretta a chiudere definitivamente il proprio business. Insomma, a questo punto forse alcuni di voi avranno non solo immaginato, ma compreso le conseguenze, per adesso, nefaste del Covid-19 in una città come Cartagena; però voglio sottolineare il “per adesso”, perché forse questa pandemia è l’ultima opportunità che ha questo antico porto di schiavi e turisti di generare un nuovo paradigma di città più inclusiva. In primis, è necessario pensare in breve tempo a delle soluzioni concrete per rilanciare l’economia, un’economia che non può più contare sul turismo (e su un’industria energetica altamente inquinante) come sua fonte principale di benessere. E tali soluzioni dovranno essere concertate tra il Comune e gli imprenditori locali, appoggiati da uno Stato che negli ultimi sessant’anni non si è mai dimostrato né forte, né interventista, né tanto meno empatico verso gli ultimi. Gli attori politici ed economici di spicco della città devono imparare dall’umanità e dall’apparente banale spensieratezza degli abitanti periferici della città e preoccuparsi realmente dei loro bisogni e aspirazioni. Se non lo faranno, si prevede l’anarchia; se i lavoratori informali, che sostengono interamente le loro famiglie attraverso la vendita quotidiana dei prodotti più diversi non possono vendere, la fame sarà la conseguenza. Dopo la fame verrà la rabbia. E la storia ci insegna che fame e rabbia sono un’equazione che dà un unico risultato: la rivolta. O sarebbe meglio dire il cambiamento, che tutto sommato, è quello che un po’ tutti i cittadini coscienziosi dell’”Eroica” si aspettano. Personalmente, credo fermamente che l’inizio del cambiamento di rotta in Colombia potrebbe partire dall’ascoltare con grande interesse ciò che ha detto recentemente il presidente di quel Paese (il Senegal) dal quale partirono la gran maggior parte degli schiavi africani oggi residenti a Cartagena, i più colpiti dal Covid-19: “È necessario un nuovo ordine mondiale che rimetta l’essere umano e l’umanità al centro delle relazioni internazionali: l’agricoltura, le fonti di energia rinnovabili, le infrastrutture, la formazione e la salute”.
Cartagena, più viva che mai
Sono convinto, e devo esserlo, che Cartagena migliorerà e sarà una città più inclusiva che sappia ascoltare anche i suoi ultimi cittadini, gli afro-discendenti delle periferie, che si credono immuni al Covid-19, ma non alla corruzione e alla mancanza di rispetto. Allo stesso tempo, conoscendo la storia di questa città, sono sicuro che, anche se non migliorerà quando i turisti torneranno ad affollare le sue strade pittoresche e i suoi hotel di lusso, sopravvivrà come ha sempre fatto, con il suo ingiusto ecosistema, collaudato nei secoli. Come del resto affermò Gabriel Garcia Marquez poco prima della sua morte nel 2014: “Cartagena è una città che hanno cercato di distruggere per oltre quattrocento anni e, penso, che adesso e sempre è più viva che mai”.
Cartagena de Indias (Colombia), 30 giugno 2020







