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CARITÀ E MISERICORDIA NELL’OCCIDENTE CHE CAMBIA

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Testimonianza

Congrega della Carità Apostolica

Brescia, 25 maggio 2016

Tre anni fa sono venuto a Brescia come membro della comunità dei Missionari Saveriani di San Cristo. Non conoscevo Brescia, tuttavia mi son sentito subito a casa. Infatti sceso dal treno mi è sembrato di essere ritornato in Sierra Leone. Nell’atrio della stazione e nella piazzetta antistante c’erano gruppetti di africani subsahariani che, apparentemente, si danno convegno in stazione per scambiarsi informazioni e socializzare. E’ l’Italia che cambia. E’ l’Occidente che cambia.

Da Brescia ogni tanto vado a Parma e quasi sempre viaggio col regionale Trenord. Anche qui mi sembra di ritornare a qualcosa di famigliare. Trenord si ferma in tutte le stazioni e ad ogni fermata scende e sale una piccola folla variopinta e rumorosa. Sono per lo più studenti che frequentano le scuole, qui in città o nella zona di Remedello. Sono giovani indiani, alcuni col turbante Sikh, giovani cinesi, pakistani, africani del Nord Africa e africani subsahariani. Come tutti i nostri ragazzi hanno il telefonino in mano e l’auricolare per ascoltare l’ultimo rapper. Twittano con gli amici del sedile di fronte, tengono la musica a tutto volume, scambiano commenti sugli insegnanti, scendono tenendosi a braccetto, spesso parlano italiano con accento bresciano. Però penso che una volta tornati a casa parlino ancora la lingua dei genitori e seguano il menù della mamma o della nonna. E’ una specie di “Ritorno al Futuro”, “Back to the Future”, ma è l’Italia che cambia. E’ Brescia che cambia. Infatti tra qualche anno ci saranno matrimoni interrazziali e inizierà la nuova stirpe italica. Variopinta e in cammino. Guardo questi ragazzi con simpatia e mi viene in mente il canto del salmo 66: “Ti lodino i popoli, Dio, ti lodino i popoli tutti”.

Ho voluto iniziare con questi due quadretti per dare una immagine viva di un fenomeno che non è più marginale, ma che già rappresenta il presente e il futuro delle nostre città. Un presente e un futuro sempre più interrazziale, interculturale, interreligioso. Certo è solo un piccolissimo quadro del cambiamento d’epoca che stiamo vivendo; cambiamento caratterizzato sempre più dalla ricerca scientifica in campi fino ad ora inesplorati, dal progresso tecnologico, dalla rapidità dei movimenti e delle comunicazioni, dalla scoperta del nuovo pianeta dei social media. E’ l’era della “velocizzazione”; “it’s the age of rapidation”. Per la prima volta il divario generazionale sta rovesciando la catena di trasmissione dell’apprendimento: sono i nativi digitali, adolescenti e giovani, che insegnano agli adulti come usare e manipolare le nuove tecnologie.

E’ l’Occidente che cambia. E’ il mondo che cambia.

In questa nuova epoca la Congrega si trova ad affrontare nuovi mali che si accumulano ai vecchi: l’invecchiamento della popolazione, la solitudine degli anziani, la crisi economica, la crescente povertà, la perdita di punti di riferimento forti, lo sfaldamento della famiglia e del matrimonio, le deficienze della sanità e della scuola, la questione morale, la paura, le guerre nel mondo, l’incapacità di gestire i flussi migratori, i muri che salgono, il degrado ecologico, la “globalizzazione  dell’indifferenza” (Papa Francesco). Il campo di azione per i membri della Congrega è vastissimo.

Non è facile trovare soluzioni ai tanti problemi. Ne discutono esperti nei vari settori, politici, sociologi, intellettuali.

Il vescovo Luciano nei suoi discorsi alla città ne mostra le ricadute pastorali e invita a volare alto. La voce profetica di Papa Francesco propone un’Europa “capace di dare alla luce un nuovo umanesimo”. Per questo, nel discorso in occasione del Premio Carlo Magno, ha detto che “occorre ritornare a quella solidarietà di fatto, alla stessa generosità concreta che seguì il secondo conflitto mondiale”. Occorre “la capacità di integrare, la capacità di dialogare, la capacità di generare”.

Papa Francesco sogna un’Europa capace di essere madre: una madre che abbia vita, che rispetti la vita e offra speranze di vita.

Questa sera mi permetto di citare quasi interamente il sogno di Papa Francesco perché mi pare che i Confratelli della Congrega, con l’aiuto delle fondazioni e degli enti che la sostengono, stiano lavorando per tradurre quel sogno in realtà. “Sogno un’Europa, ha detto Papa Francesco, che si prende cura del bambino, che soccorre come un fratello il povero e chi arriva in cerca di accoglienza perché non ha più nulla e chiede riparo. Sogno un’Europa che ascolta e valorizza le persone malate e anziane, perché non siano ridotte a improduttivi oggetti di scarto. Sogno un’Europa, in cui essere migrante non è delitto, bensì un invito ad un maggior impegno con la dignità di tutto l’essere umano. Sogno un’Europa dove i giovani respirano l’aria pulita dell’onestà, amano la bellezza della cultura e di una vita semplice, non inquinata dagli infiniti bisogni del consumismo; dove sposarsi e avere figli sono una responsabilità e una gioia grande, non un problema dato dalla mancanza di un lavoro sufficientemente stabile. Sogno un’Europa delle famiglie, con politiche veramente effettive, incentrate sui volti più che sui numeri, sulle nascite dei figli più che sull’aumento dei beni. Sogno un’Europa che promuove e tutela i diritti di ciascuno, senza dimenticare i doveri verso tutti”.

La Congrega che opera nel campo dell’infanzia, dei minori in difficoltà, dei giovani, delle famiglie, delle donne, dei diversamente abili, degli anziani, dell’housing sociale, può certamente specchiarsi in questo sogno e trarne forza per rimanere fedele allo scopo statutario, che è quello di “offrire, tramite l’impegno solidale gratuito, personale e professionale dei Confratelli, servizi e prestazioni di carattere assistenziale in nome ed in attuazione del precetto cristiano della Carità”.

La Carità cristiana è lo specifico della Congrega. Nell’anno giubilare della Misericordia è normale riflettere sulla carità nel contesto della misericordia.

La misericordia di Dio, scrive Papa Francesco nella lettera di indizione del Giubileo della Misericordia, non è un’idea astratta, ma una realtà concreta con cui Egli rivela il suo amore come quello di un padre o di una madre che si commuovono fin dal profondo delle viscere per il proprio figlio. E’ veramente il caso di dire che è un amore ‘viscerale’. Proviene dall’intimo come un sentimento profondo, naturale, fatto di tenerezza e di compassione, di indulgenza e di perdono” (MV 6). Infatti, di tutti i termini usati nella Bibbia per descrivere la misericordia, quello più forte e più intimo fa riferimento all’amore viscerale, al grembo materno. Le “viscere di misericordia del nostro Dio” (Lc. 1, 78), o la misericordia delle viscere, è quell’amore concepito nell’intimo di un grembo. Un amore che si fa vita nel centro di una persona che dona tutta se stessa perché l’altro esista. La misericordia del grembo, l’amore viscerale, stabilisce una relazione perpetua, un legame che riflette quello tra madre e figlio, un cordone ombelicale che, anche se tagliato, continua ad esistere e attraverso il quale scorre la vita e l’amore per la vita.

Nella Sacra Scrittura la misericordia, l’amore viscerale, “è la parola chiave per indicare l’agire di Dio verso di noi” (MV 9). E’ un amore viscerale per l’umanità intera, nessuno escluso. Potremmo dire che la misericordia di Dio per l’umanità è un amore al femminile. Papa Giovanni Paolo I ha detto che Dio è Madre. La misericordia del grembo, l’amore di Dio-Madre, rimane sempre operante, amando chi non è più amato da nessuno, proprio come una madre è capace di amare il proprio figlio anche se esecrato da tutti perché ha commesso atroci delitti. “La misericordia di Dio, scrive Papa Francesco, sarà sempre più grande di ogni peccato, e nessuno può porre un limite all’amore di Dio che perdona” (M.V. 3). Ciò che si avvicina di più a questo tipo di amore è solo l’amore del grembo.

Il fatto che Dio stesso ha scelto un grembo umano per farsi accogliere, diventa l’indizio che non solo possiamo capire la sua misericordia, ma anche praticarla.

C’è una strettissima relazione tra misericordia e carità. La parola carità giunge a noi dalla parola greca ‘charis’, che significa ‘grazia’, dono assolutamente gratuito, forma altissima di amore; termine che nella Prima Lettera di Giovanni definisce Dio: “Dio è Carità”: Deus Caritas est (I Giov. 4,16), riferimento all’azione libera di Dio e alla sua volontà di salvare gli uomini e di entrare in comunione con loro. Spesso però nel linguaggio odierno la parola carità prende il significato di ‘fare la carità’, che si limita a dare qualcosa, denaro, cibo, vestiti, tempo o altro. E’ un modo riduttivo di intendere la carità, che mantiene una profonda affinità con la misericordia.

Nel sito della diocesi di Roma si propone la Croce come l’icona biblica che può far comprendere la stretta relazione che intercorre tra carità e misericordia. Si può, infatti, riflettere sulla carità e sulla misericordia immaginando le due forme d’amore come le braccia di una croce: il braccio verticale, la misericordia che scendendo dall’alto porta con se il nucleo dell’Amore divino, del sentire materno e paterno di Dio; quel portare dentro nelle proprie viscere, con amore e fedeltà, i propri figli; un amore a cui i figli sono chiamati a rispondere elevando il proprio amore, per quanto più è possibile, verso l’Amore totale della Trinità stessa.

Il braccio orizzontale, la carità, è quell’amore che si effonde fra gli uomini e per gli uomini, che trova il suo centro nell’incontro con la misericordia. Questo amore spinge all’uguaglianza, alla giustizia, si fa prossimo a tutti e guarda tutti come tesori preziosi; un amore che dal centro va verso le periferie per ritornare verso il centro, dove c’è l’incontro col braccio della misericordia. E’ vero che le due braccia possono esistere una senza l’altra, ma se non incrociano le loro strade rimangono concetti sterili o azioni fine a se stesse.

La carità che sgorga dal cuore squarciato di Cristo ci permette di capire che esistono altre realtà oltre quelle visibili e a portata di mano. Ci fa capire, per esempio, che oltre a un corpo ammalato, ferito, anziano, c’è una bellezza e un valore superiore a quello che appare. O di fronte a quello che può essere considerato un fallimento nella vita, ci può essere un nuovo inizio, o un autentico successo. Di fronte a chi può essere considerato uno scarto, ci fa scoprire un fratello. Ci fa compiere prontamente i gesti della vita cristiana, ci spinge a condividere le risorse con chi è nel bisogno, a perdonare le offese, e perfino ad amare i nemici. Veramente non è spontaneo per l’uomo amare chi non lo merita, o chi non può ricambiare e, soprattutto, non è spontaneo fare del bene anche ai propri nemici. Gesù ha amato tutti di un amore nuovo: i poveri, gli emarginati, i peccatori, perfino i malvagi e i suoi stessi carnefici perché solo amandoli poteva farli uscire dalla loro condizione di miseria e di peccato.

L’amore di Gesù è gratuito e immotivato. Misericordia e carità si incontrano in Cristo crocifisso. Da Cristo sgorga anche un unicum per i cristiani e per il mondo.

Cioè: nessuno prima di Gesù e come Gesù ha mai tentato di creare una società basata su   un amore come il suo. La comunità cristiana è posta così come alternativa a tutte le società vecchie del mondo, quelle basate sulla competizione, sulla meritocrazia, sul denaro, sul potere, sulla forza. La nuova alleanza Dio-uomo è legata all’osservanza di un unico, nuovo comandamento. L’amore agli altri, l’amore al fratello come quello di cui Gesù è stato capace. Noi cristiani, ovviamente non siamo uomini diversi dagli altri, non viviamo fuori dal mondo. Quello che ci deve caratterizzare è la logica dell’amore gratuito, quello di Gesù: se vi ho lavato i piedi, così fate anche voi; fatelo a partire dai più piccoli, dai più emarginati, dai più stanchi, dai più deboli. Il cristiano non vive fuori dal mondo, ma il suo stile di vita è alternativo a tutte le società che non si basano sull’amore di Cristo.

La Congrega della Carità lungo i secoli ha saputo trasformarsi e rimanere fedele alla sua missione in attuazione del precetto cristiano della Carità. Alla conclusione del Concilio Vaticano II, Paolo VI aveva affermato che la Chiesa si propone di “servire l’uomo. L’uomo in ogni sua condizione, in ogni sua infermità, in ogni sua necessità”. Oggi Papa Francesco chiede a tutti di riscoprire le opere di misericordia corporale e spirituale, e ricorda che la Chiesa è chiamata a curare le ferite impresse nella carne di tanti che non hanno più voce; è chiamata a lenire queste ferite “con l’olio della consolazione, fasciarle con la misericordia e curarle con la solidarietà e l’attenzione dovuta” (MV 15).

Papa Francesco ha proposto all’Europa un sogno. Nel sogno di Papa Francesco basta sostituire la ‘Europa’ con la parola ‘Chiesa’, o la parola ‘mondo’ e si intravvede, in dissolvenza, il sogno di Cristo, il sogno del Regno di Dio che siamo chiamati a costruire e di cui siamo eredi.

Concludo parafrasando il notissimo detto di Saint-Exupéry: Se vuoi costruire una nave non radunare uomini solo per tagliare legna e distribuire i compiti, ma insegna loro la nostalgia per il mare vasto e infinito. Se vuoi costruire una società basata sulla misericordia e sulla carità, alternativa alla società attuale,

non radunare uomini solo per le risorse, gli uffici e le strutture, ma soprattutto uomini che abbiano nel cuore il sogno di Cristo.



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