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CAMERUN / VITA DIFFICILE PER CHI CERCA IL DIALOGO E LA PACE

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È capitato al card. Tumi, 90 anni, arcivescovo emerito della capitale Douala. Sequestrato giovedì 5 novembre verso le 18.00 nel Nord Ovest anglofono del paese, sulla strada tra Bamenda e Koumbo, è stato rilasciato con il suo autista venerdì 6 novembre 2020. Le altre persone che lo accompagnavano però, una dozzina, tra le quali un capo tradizionale, sono state trattenute dai sequestratori, un gruppo di separatisti dell’auto-proclamata Ambazonia indipendente, regione che comprende le due province anglofone del Nord Ovest e del Sud Ovest del paese. 

Il card. Tumi è il principale fautore del dialogo per la soluzione della crisi della regione anglofona che colpisce il paese dal 2016. Da allora l’arcivescovo emerito si è impegnato personalmente nella soluzione delle crisi, degenerata in lotta armata. Ha contattato i membri del governo centrale e i separatisti anglofoni per un dialogo di riconciliazione tra le parti in conflitto. Durante il 2019, con l’attuale arcivescovo di Douala, Samuel Kleda, aveva attraversato le principali città delle province anglofone con una “carovana della pace”. 

Secondo il cardinale, la radice della crisi sta nella mancanza di dialogo da parte del governo centrale e nella radicalizzazione armata dei secessionisti. Originario della zona anglofona, Tumi è contrario alla secessione ed è convinto che la crisi non si risolverà con la forza. Nel 2018 aveva cercato di organizzare un’iniziativa di dialogo in collaborazione con altri leader religiosi, ma l’iniziativa è stata impedita dal governo centrale, che si considera l’unico interlocutore nella crisi. La stessa sorte è toccata all’iniziativa del gesuita, p. Ludovic Lado, che contava di percorrere la distanza tra Douala e Yaoundé con un pellegrinaggio di richiesta di perdono e per promuovere la pace nelle province anglofone, con l’intento di incontrare Maurice Kamto. Il religioso è stato arrestato dalla polizia e ricondotto a Douala. 

Dal 30 settembre al 4 ottobre 2019, il governo centrale aveva organizzato un grande dialogo nazionale con lo scopo di riflettere sulla crisi, senza però la partecipazione dei membri più radicali della secessione, che avevano boicottato l’incontro. La principale proposta, accolta, è stata quella di conferire uno statuto speciale alle regioni Nord Ovest e Sud Ovest, cosa del resto già prevista dal referendum del 1961, che aveva sancito la nascita della Repubblica Federale del Camerun. Purtroppo, a un anno di distanza, la crisi continua. Dall’inizio della crisi si contano oltre 3000 vittime, circa 70mila sfollati e 40mila rifugiati nella vicina Nigeria. 

Ultimamente la crisi è degenerata in fatti di efferata violenza. Il 24 ottobre scorso, otto alunni tra i nove e tredici anni sono stati brutalmente uccisi da armi da fuoco e una dozzina feriti mentre seguivano le lezioni. Il governo accusa i separatisti che vorrebbero dissuadere in questo modo i genitori dall’inviare i loro figli a scuola. Ma fino ad ora questo massacro non è stato rivendicato da nessuno. Un fatto è certo, nelle regioni anglofone si moltiplicano gli attacchi contro le scuole. Undici insegnanti di una scuola presbiteriana sono stati rapiti il 3 novembre e rilasciati il 5 novembre scorso. Su alcuni edifici scolastici sono state sparate raffiche di mitra a scopo intimidatorio. Anche un professore dell’Università di Bamenda è stato ucciso, perché non voleva sospendere le lezioni. Questo clima avvelenato era già stato denunciato a metà settembre dal presidente della conferenza episcopale camerunese, mons. Abraham Kome, vescovo di Bafang, che si era espresso con forza denunciando che il paese  sta sprofondando nelle “vertigini di un caos crescente”. 

A livello politico si stanno preparando le elezioni dei consiglieri regionali previste per il 6 dicembre 2020. Il partito del presidente Paul Biya, al potere dal 1982, il Rassemblement democratique du peuple camerounais (Rdpc) si trova davanti a una opposizione sempre più organizzata capitanata da Maurice Kamto e dal suo partito il Mouvement pour la renaissance du Cameroun (Mrc). Questi aveva boicottato le elezioni legislative e municipali del 12 febbraio 2020, domandando di risolvere prima la crisi anglofona. Maurice Kamto è stato poi affiancato nelle sue rivendicazioni da un altro importante membro dell’opposizione, Ni John Fru Ndi, anglofono e capo del partito Social democratic front. Insieme hanno indetto manifestazioni nel mese di settembre in tutte le città per reclamare le dimissioni del presidente Paul Biya. 

Il clima sociale si è notevolmente inasprito prima delle manifestazioni di piazza previste per il 22 settembre, con l’arresto di giornalisti, l’irruzione nel giornale di opposizione “Le Jour” con furto di archivi e materiale informatico, con la costrizione ai domiciliari dell’oppositore Maurice Kamto e l’arresto di diversi membri dell’opposizione. L’organizzazione Redhac (Rete dei difensori dei diritti umani in Africa) parla di più di 400 persone colpite da questi provvedimenti, ma non è stata fornita dalle autorità nessuna cifra ufficiale. Sono intervenuti anche gli esperti di diritti umani delle Nazioni Unite per chiedere la liberazione del principale dirigente dell’opposizione, così come di tutti gli arrestati nelle manifestazioni organizzate dall’opposizione. Nello stesso mese di settembre un tribunale militare ha confermato l’ergastolo per Sisiku Ayuk Tabe, leader dell’Ambazonia, e per altri nove imputati, tutti militanti separatisti accusati di secessione e terrorismo nelle province anglofone. Questa condanna rende ancor più difficile ogni forma di dialogo per cercare un compromesso di pace e mette sempre più in pericolo quanti, come il card. Tumi, credendo nel dialogo, si impegnano nella causa della riconciliazione e della pace.



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