I sinodi indetti da papa Francesco, a partire da quello sulla famiglia nel 2014, sono stati sempre caratterizzati da un contorno di preoccupazioni e di polemiche che, pur nella diversità della loro qualità, hanno avuto il loro baricentro nell’opposizione ad ogni aggiornamento della pastorale o reinterpretazione della dottrina e della Tradizione. Operazione che il rapido mutamento delle società ha reso sempre più urgente.
Anche questo sinodo non fa eccezione.
1. Ancora “Dubia”
2. Una lettera dalla lontana Cina
ANCORA “DUBIA”
A differenza di quelli sull’Esortazione apostolica “Amoris laetitia”, questa volta i “dubia” sono arrivati prima del Sinodo.
I cinque cardinali dubbiosi sono partiti con molto anticipo, ma hanno utilizzato lo stesso metodo: invio dei quesiti in forma riservata, poi insoddisfatti delle proposte hanno rilanciato il tutto proprio nei giorni precedenti il Sinodo.
Si tratta di cinque cardinali provenienti da quattro continenti diversi, quasi a suggerire una rappresentatività di tutta la Chiesa: Brandmüller (tedesco), Burke (statunitense), Sandoval Íñiguez (messicano), Sarah (africano), Zen Ze-Kiun (cinese). Tra questi, tre non sono nuovi a questo tipo di “protesta”: Brandmuller e Burke erano anche nel gruppo dei 4 cardinali che avevano posto i “dubia” sull’Amoris laetitia, Sarah ha fatto parte dei 13 cardinali che avevano contestato nel 2015 le procedure del secondo sinodo sulla famiglia.
Ma ecco i cinque dubbi, inviati al papa il 10 luglio, sui quali si chiede un chiarimento:
1. “Dubium” circa l’affermazione che si debba reinterpretare la Divina Rivelazione in base ai cambiamenti culturali e antropologici in voga.
2. “Dubium” circa l’affermazione che la diffusa pratica della benedizione delle unioni con persone dello stesso sesso, concorderebbe con la Rivelazione e il Magistero (CCC 2357).
3. “Dubium” circa l’affermazione che la sinodalità è “dimensione costitutiva della Chiesa” (Cost. Ap. “Episcopalis Communio” 6), sì che la Chiesa sarebbe per sua natura sinodale.
4. “Dubium” circa il sostegno di pastori e teologi alla teoria che “la teologia della Chiesa è cambiata” e quindi che l’ordinazione sacerdotale possa essere conferita alle donne.
5. “Dubium” circa l’affermazione “il perdono è un diritto umano” e l’insistere del Santo Padre sul dovere di assolvere tutti e sempre, per cui il pentimento non sarebbe condizione necessaria per l’assoluzione sacramentale.
Tutte domande che contestano sì il sinodo, ma più in generale lo stesso pontificato di Francesco. Il papa ha risposto con una lettera il giorno successivo, ma i cardinali hanno ritenuto insufficienti le risposte perciò hanno ripresentato i quesiti in una nuova formulazionechiedendo che il papa risponda con un sì o un no (Vi riproponiamo quindi le nostre domande, in modo che ad esse si possa rispondere con un semplice «sì» o «no»).
La seconda risposta del papa è stata fornita attraverso il Prefetto del Dicastero per la dottrina della fede che l’ha resa pubblica il 2 ottobre.
Ma l’ultima parola l’hanno voluta dire i cardinali che a norma del Diritto canonico hanno subito diramato una Notifica ai fedeli che si conclude così:
“Data la gravità della materia dei dubia, specialmente in vista della predetta imminente sessione del Sinodo dei Vescovi, abbiamo giudicato che è nostro dovere informare Voi fedeli (can. 212 § 3), affinché non siate soggetti a confusione, errore e scoraggiamento, invitandovi a pregare per la Chiesa universale e, in particolare, per il Romano Pontefice, perché il Vangelo sia insegnato sempre più chiaramente e seguito sempre più fedelmente”.
Indubbiamente questioni serie. Si potrebbe discutere sulla modalità tutta politica di muoversi da parte dei cardinali, ma forse con la levità utilizzata dal professor Andrea Grillo il 2 ottobre sul suo profilo Facebook possiamo chiudere: “Se tra tutti i cardinali, solo 5 sollevano dubbi, e di questa portata, mi pare una cosa irrilevante e fisiologica”.
UNA LETTERA DALLA LONTANA CINA
Anche un altro cardinale nutre perplessità sulla sinodalità e in modo meno legalistico e più confidenziale ha scritto una lettera a diversi padri sinodali (cardinali e vescovi). Si tratta del novantunenne cardinale Giuseppe Zen già vescovo di Hong Kong e recentemente condannato per aver sostenuto la resistenza della città contro le mire del governo di Pechino sull’ex colonia britannica ora territorio autonomo.
In modo mite ma fermo l’anziano porporato sviluppa una critica profonda e a tutto tondo sulla sinodalità e su questo processo sinodale.
Inizia così la sua lettera il cardinale:
“sono il suo confratello Giuseppe Zen dalla lontana isola di Hong Kong, un vecchio infermo di 91 anni, ordinato vescovo più di 26 anni fa. Scrivo questa lettera perché, conscio di essere ancora in possesso delle mie facoltà mentali, sento il dovere di salvaguardare, come un membro del Collegio dei Successori degli Apostoli, la sacrosanta tradizione della fede cattolica”.
E mette le mani avanti circa la possibilità che arrivi alla stampa: “Questa lettera che scrivo io la intendo come confidenziale, ma sarà difficile che non arrivi in mano ai mass media”. Infatti, in America è apparsa sull’online conservatore “The Pillar” e in Italia l’ha pubblicata integralmente Sandro Magister sul proprio blog “Settimo cielo” il giorno dopo l’apertura del Sinodo.
Il cardinale Zen si interroga sui mancati riferimenti dei documenti sinodali al testo “La sinodalità nella vita e nella missione della Chiesa” della Commissione teologica internazionale; sul fatto che il papa non abbia mai ordinato di fermare il processo sinodale tedesco; sul fatto che i documenti sinodali citino la Bibbia non sempre a proposito; su tutta la metodologia del sinodo e sulla convocazione di una seconda sessione.
Anche dalla lontana Cina si pensa che gli esiti di questo Sinodo siano già scritti e che gli organizzatori si affatichino a dissimulare. Il cardinale Zen intervalla infatti i suoi interrogativi con queste affermazioni:
“Per ciò che sto per dire sarò facilmente accusato di “conspiracy theory”, ma vedo chiaramente che c’è tutto un piano di manipolazione. […]
Protestano sovente che non hanno una agenda. È veramente un’offesa alla nostra intelligenza, quando tutti vediamo a che conclusioni mirano”.
Sarà sufficiente la totale riservatezza che a tutt’oggi circonda i lavori a difendersi dalla “conspiracy theory”?
Non crediamo.







