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Un uomo che ha dato la vita per la Verità!

Un uomo che ha dato la vita per la Verità!

29 Ottobre 2017
L’annuncio al tempo di guerra: La memoria di un pastore che ha dato la propria vita per il suo gregge

Quando sento qualcuno raccontare della morte di monsignor Christophe Munzihirwa mi dà l’impressione di narrare fatti accaduti adesso e mi rendo conto quanto questo illustre personaggio è rimasto impresso nel mio cuore. Infatti è una memoria sempre fresca anche se sono già passati vent’un’anni da quando veniva ucciso Mons. Munzihirwa solo perché diceva la verità.

Era il 29 ottobre 1996 che è stato ucciso dalle mani di militari ruandesi che già assediavano la città, proprio nel cuore della città, poco dopo lo sbando dell’esercito nazionale e di tutte le autorità civili, politiche e militari. Solo il vescovo decise di restare per condividere il destino del suo gregge.

La voce della speranza: annuncio e denuncia

Ero ancora un fanciullo quando si produsse questo dramma. Quando la gente venne a sapere della sua uccisione ci furono sbandi di qua e di là in tutta la città di Bukavu. La gente si diresse nei villaggi lontani per salvarsi la pelle. Il vescovo era l’unica figura che rassicurava la gente durante questo periodo di agitazione, guerra; in effetti egli era l’unico da cui si aspettava notizie fidabili sull’andamento della situazione socio-politica di allora. Ogni tanto quando lui stava parlando alla radio, la gente del mio quartiere, tutti i vicini si ammucchiavano attorno ad uno stereo per ascoltare cosa diceva il vescovo e si poteva sperare ancora.

Mi ricordo che mio padre decise che stessimo a casa, in famiglia. Se bisognava morire, morivamo tutti insieme, disse papà e non in strada come animali. C’erano già dei morti dispersi in tutte le strade della città. Per spostarsi dalla città ai villaggi le folle evitavano di passare per le strade della città o i sentieri delle colline perché il nemico mirava affollamenti pubblici.

La guerra era cominciata da poco, quindi la si poteva ancora fermare, era ancora possibile. Però l’esercito nazionale non poteva resistere non avendo mezzi raffinati come quelli dei ribelli, per questo motivo lasciarono la città per diminuire i danni. Se si può guardare un po’ in dietro, Mons. Munzihirwa era diventato arcivescovo di Bukavu da poco, solo un anno e alcuni mesi. Non era ancora passato un anno dallo scoppio del genocidio in Ruanda che aveva causato un flusso massivo di profughi in Congo. Questo flusso di profughi non si era ancora fermato quando scoppiò la cosiddetta guerra di liberazione del Congo, sostenuta dal Ruanda e compagni, occasione favorevole per inseguire i ribelli hutu che erano scampati in Congo.

Tutti questi misfatti Mons. Munzihirwa li aveva denunciati, con la grande indifferenza e ipocrisia della comunità internazionale.

Un invito alla solidarietà

Durante tutto il tempo della missione pastorale di mons. Munzihirwa è stato un travaglio, il Congo, allora Zaire, principalmente nel Nord e Sud Kivu, era diventato improvvisamente un gran campo profughi per i rifugiati ruandesi che scappavano dal genocidio dall’altra parte dei confini. Non c’era niente di preparato per accoglierli, giravano per le strade, i quartieri chiedendo cibo, acqua, vestiti, soldi. Era una grande occasione di testimonianza della vera vita cristiana vissuta nella di solidarietà e accoglienza da parte della popolazione di Bukavu, quasi tutti si erano messi in gioco, facevano qualcosa per venire in aiuto ai disgraziati profughi ruandesi. La scuola non poteva funzionare quest’anno perché la maggior parte delle scuole erano diventante centri di accoglienza profughi.

Il bello di questo momento travagliato è stata la figura di Munzihirwa, un punto riferimento per tutte le tribù, le confessioni religiose.

La sua parola dava da sperare, incoraggiava tutti a non scappare via dalla città per non lasciare spazio al nemico che ne approfittava per saccheggiare la città, impadronirsi di tutto, soprattutto del territorio.

Ciò che è rimasto di lui: l’uomo delle otto beatitudini

La gente se lo ricorda moltissimo. Ad Alfajiri, collegio dei Gesuiti a Bukavu, dove si trovava anche la residenza di Mons. Munzihirwa, c’è una cappellina piccola piccola nella quale celebrava la messa oggi giorno alle ore 17.00. Adesso, vi si celebra ancora alla stessa ora e la gente ci va perché ha una grande simpatia per lui; quelli che l’hanno conosciuto da vivo e quelli che l’hanno conosciuto per sentito dire. Se qualcuno non ha mai letto il Vangelo delle beatitudini, gli basta guardare la vita di Mons. Munzihirwa per capirlo tutto. Mons. Munzihirwa è un vangelo vissuto e testimoniato a trecentosessanta gradi, ha vissuto le beatitudini.

Da gennaio dello scorso anno si è aperto ufficialmente il processo per la sua beatificazione nell’arcidiocesi di Bukavu.

Speriamo che la chiesa riconosca le sue virtù e lo proponga come modello di vita per tutti.

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