Partiti “per fare” ma tornati solo “per essere”

[dal sito delle Missionarie Saveriane - Scritto da Giovanni Rocca] *
Care compagne e cari compagni di viaggio, negli ultimi 23 giorni abbiamo condiviso un tratto di strada.
Che posto meraviglioso la strada: incerto ma colmo di ricchezza, il luogo dell’inquietudine dove però il cuore, le mani e i piedi alla fine trovano riposo.
Insieme abbiamo pianto, insieme abbiamo riso (fritto, col pollo, verdure, piccante).
Dopo quasi un mese torno a casa con una valigia che pesa, che a tratti ho fatto fatica a portare con me, che ho amato e odiato allo stesso tempo. Adesso, nel tirare fuori vestiti sporchi, ricordi di una terra incantata che non smetto di sentire vicina, vi trovo dentro volti, sguardi, mani che ho stretto, sorrisi, abbracci.
Ci sono 17 ragazzi, giovani donne e uomini, ciascuno col proprio vissuto, che con coraggio hanno scelto di partire, di mettersi in viaggio.
Giovani colmi d’amore, straripanti, più o meno coscienti di esserlo. Decisi di lasciarne cadere un po’ in terra straniera per raccoglierne, come in una risaia, 100, 1000 volte tanto.
Forse partiti “per fare” ma tornati solo “per essere”.
Ci trovo i missionari, persone pronte ad accogliere, ad aprire le porte, le braccia e il cuore.
Donne e uomini che vivono lontani da casa loro con il solo desiderio di portare agli ultimi e agli impoveriti della Terra la Buona Notizia: Cristo è entrato nella mia vita e ne ha fatto qualcosa di meraviglioso, adesso voglio dirlo a te.
Ci trovo persone culturalmente distanti da me anni luce, delle quali ancora adesso non comprendo gli usi, i modi, i gesti ma con le quali ho avuto l’onore di sedere a tavola, scambiare poche, pochissime parole, qualche sguardo di studio reciproco, strette di mano, un inchino. Non ho meritato la fiducia e la stima di nessuno di loro eppure le ho percepite. Non ho meritato le loro cure e la loro attenzione eppure ne ho goduto ogni giorno.
Non ci siamo detti molto, a volte neppure il nome, non ci siamo sforzati reciprocamente di comprendere la lingua eppure ci siamo detti tanto.
Ci trovo Anita, complice, madre, nonna e amica.
Distanti di età ma affiancati nelle idee, negli obbiettivi, nello scopo. Maestra di delicatezza e scioglievolezza. Uno specchio nel quale cogliere i propri limiti e al contempo sentirsi sorretti. Una donna tanto forte da mostrarsi fragile.
Ci trovo i miei cari, la mia famiglia, Marzia, gli amici.
La mia forza, l’altro capo della corda che mi sostiene e ogni volta mi fa ritrovare la via di casa.
Senza di loro sarei solo un viandante, partirei per andare lontano e non tornare, lascerei lungo la strada la meraviglia senza il desiderio di raccoglierla per mostrarla a chi si ama.
A voi che abitate la mia via valigia, dico grazie, kop khun krap




