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Dare senso alle cose quotidiane…

Dare senso alle cose quotidiane…

Dal 3 al 5 gennaio sono stato a Roma per partecipare al convegno nazionale vocazionale, presso The Church Village Hotel (Domus Pacis), intitolato: ”come se vedessero l’invisibile” e organizzato dall’Ufficio Nazionale Cei per la pastorale delle vocazioni con la presenza di 600 partecipanti venuti da tutta l’Italia, tra qui due missionari saveriani. Sono stati tre giorni segnati dalle testimonianze, riflessioni, veglie e da tavole rotonde preparate e fatte da persone competenti. Non resta altro che la soddisfazione interiore poiché ci hanno suscitato l’appetito di lavorare meglio.

Da questi tre giorni di incontro, di condivisione, di ascolto con le persone impegnate per la pastorale vocazionale mi hanno colpito particolarmente le seguenti cose. Commentando il tema, “come se vedessero l’invisibile”, Luciano Manicardi, il priore della comunità di Bose, ha detto che bisogna interrogarsi sull’attitudine contemplativa del tempo perché “all'interno del tempo noi siamo, viviamo, diveniamo, amiamo”. Vedere l'invisibile è discernere e ascoltare l'intenzionalità, la parola, la volontà che è dietro a ogni cosa, ogni persona, ogni evento; è la santità della porta accanto direbbe Papa Francesco. Occorre, quindi, orientare la nostra umanità a partire dall’umanità di Cristo, nel vedere il ‘tanto’ nel ‘poco’ dall’offerta della vedova, nel vedere la persona piuttosto che i peccati nella donna adultera. E’ cogliere il framento temporale oggi, il qui e ora, come occasione di vivere il tutto del vangelo, il tutto dell'amore.

Altro momento importante è stata la testimonianza di Federico, un giovane autistico che ad ogni domanda ci rispondeva scrivendola. Ha provocato l’assemblea intuendo la realtà dietro ciò che appare, ovvero dare un taglio esperienziale al tema. Alla domanda “sulla tua comunità parrocchiale quale stile di comunità diventa capace di includere e valorizzare la ricchezza di ogni diversità?” Lui ci ha risposto così: “Penso che una comunità cristiana: o accoglie gli ultimi, i diversi, gli esclusi; o non è comunità e tanto meno cristiana”.  Alla domanda: “nella tua vita quotidiana che cosa ti viene di gioia? Federico ci rispondeva: […] Per noi emarginati, la cosa più bella è essere accolti veramente. Io desidero fraternità”. Sono le risposte scaturite dalla fede profonda!; tanto e vero che alla fine del intervento di Federico, suo papà, Oreste, ci ha comunicato: “Nei prossimi mesi Io e Federico saremo in giro per l’Italia a dire che l’autismo è positivo, l’autismo è gioia, l’autismo è speranza”; ci deve essere la fede dietro questa convinzione.


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Pubblicato
10 Gennaio 2019
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