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Una vecchia lettera dalla Cina

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Beati tempi codesti, senz'altro pensiero che quello dello studio e della preghiera! Io invece ho cento pensieri e cento faccende al giorno da sbrigare. Aggiungete poi lo scoglio della lingua cinese! Benedetta lingua, più la studio e meno la parlo; alle volte si fa la figura dell'asino in mezzo ai suoni. Ma dopo tutto, via, si comincia a veder chiaro fra la nebbia; se non altro i suoni giungono chiari e distinti all'orecchio, mentre prima si sentiva un guaire indistinto, confuso, che non aveva segni né vocali né consonanti.

Notate anche che non ho avuto mai un maestro; quindi, onore al merito! Per quattro giorni soltanto ho il catechista, un brav'uomo, anche istruito nei caratteri cinesi. È difficile invogliarsi della lingua cinese; si provano di quegli scoraggiamenti e di quelle antipatie, appena arrivati qui, che par quasi impossibile che si possa giungere a parlare. Ogni parola cinese ha suoni diversi, i più per noi indistinguibili, e decine di significati diversi e contrari. I cinesi stessi spesso non intendono una parola se detta da sola; dal contesto ne capiscono il significato.

Da più di tre mesi, mi trovo nella residenza di Ju-tchou, e ne sono contentissimo. I cristiani, che non son più di 180 e qualche catecumeno, son vecchi battezzati e abbastanza istruiti. I più son ricchi mercanti, con loro bisogna avere molta pazienza. Anch'essi, come gli altri cinesi, han gli affari per cui invocano protezione del padre; ma io non son venuto in Cina a far l'avvocato o il giudice, e quindi con un po' di politica, li mando a casa.

Pochi giorni fa un mio cristiano, uno dei ricchi e distinti, e un soldato buddista si bastonarono per bene; poi il cristiano con un'assemblea di senatori viene da me a chiedere protezione, perché il soldato lo aveva accusato presso il mandarino. Mi schermii quanto potei; ma essi insistevano perché io scrivessi una lettera al mandarino o andassi da lui personalmente. "Ma, padre, pensa che è per la tua faccia, se non ci protegge, il padre perde la faccia". "Se voi vi volete ammazzare, io perdo la faccia?

Sono stato io a dirvi che vi bastoniate? Che logica!". Dopo molte insistenze lo raccomandai al Prefetto. Ma la lettera, per intrighi, non pervenne, e, dopo qualche giorno, il mio cristiano si pigliò duecento colpi di bacchetta sulla mano sinistra, come pillole rinforzanti. Venne da me che faceva compassione, lo medicai e lo curai ben bene.

Per Natale ho avuto un concorso straordinario di cristiani. Bella e poetica la notte. I cristiani vengono da lontano, passano il tempo nei cortili, chiacchierando allegramente, intorno a dei grandi fuochi; a mezzanotte c'è la Messa; all'1 si finisce, ma per tornare alle 6 del mattino fino alle 9. Il giorno di Natale nel cortile c'era un'animazione insolita, festosa.

Si era sparsa la voce che io avevo la bicicletta, e capirete, nessuno più curioso dei cinesi, vogliono vederla, vogliono sapere che cosa sia questo carro che va da sé. Se aveste veduto, che risate e boccacce! Si spingevano, si urtavano per toccarla, guardarla bene; alcuni dicevano che si stava seduti sul manubrio! Altri asserivano che si siede sul ferro di mezzo che unisce le due ruote. Qualche altro, più furbo, li pigliava in giro, mostrando il sellino. Quanto costa?".

Qualcuno voleva anche andar su; ma io non lo permisi. Intanto ditemi un po' di voi: a quando qualche nuova partenza? Ricordo ai nuovi partenti che sarebbero utilissimi i letti a branda; si avanzerebbe spesso di dormire sopra un uscio o per terra. Quindi prego il Rettore, che ne compri uno anche per me. Scrivetemi presto e tutti: desidero un pacco di lettere. Un saluto affettuoso a tutti.

p. Pucci (di Briantico – VV), Ju-tchou, giugno 1909


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