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Una missionaria… leggendaria: Suor Filomena, 50 anni in Bangladesh

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A chi mi ha chiesto come definirei suor Filomena Sale, ho risposto che è una "leggenda". È un piacere presentarla, per far capire meglio la terribile storia di Moena, la giovane sposa musulmana, di cui si parla nella seconda metà di questa pagina.

La fuga da casa nella notte

Suor Filomena è nata ad Orani, in provincia di Nuoro, il 21 ottobre 1937 da poveri ma onesti genitori, ricchi solo di tanti figli e di tante fatiche e preoccupazioni. Celestina, così si chiamava "suor Filo", sentì la vocazione di diventare missionaria da giovanissima, ma papà Michele - che non assomigliava per nulla al santo arcangelo - non ne voleva sapere e minacciava di spararle, se lei avesse tentato di fuggire di casa senza il suo permesso.

Non so se lo avrebbe fatto realmente, visto che il fucile lo adoperava solo per la caccia di uccelli, lepri e cinghiali. Celestina però, orgogliosa e testarda come suo padre, di notte fuggì da casa, prese la nave per Genova e poi il treno fino ad Alba (Cuneo) dove c'era - e c'è tuttora - la casa madre delle suore oblate di S. Luigi Gonzaga. Le suore avevano costruito una scuola e un orfanotrofio nel Pakistan Orientale, la nazione che raggiunse l'indipendenza nel marzo 1971 cambiando il nome in Bangladesh.

Nel nome della madre

Nove mesi dopo la fuga di Celestina, sua mamma Filomena morì. La figlia non poté, per ovvie ragioni, tornare a casa nemmeno per il funerale. Nel cuore le è rimasto il rimorso di aver fatto soffrire sua madre e forse anche di averne causato la morte, per il dispiacere della lontananza.

Alcuni mesi più tardi, alla fine del noviziato, Celestina cambiò nome e prese quello della mamma - Filomena - come atto di riparazione e gesto d'amore filiale, per farne rivivere nella sua vita e nel suo apostolato la vita della madre.

Nel 1960 suor Filomena partì con altre suore per il Pakistan Orientale e, dopo aver studiato le lingue inglese e bengalese, fu destinata alla missione di Satkhira, dove era stato da poco aperto l'orfanotrofio femminile dedicato a "San Luigi Gonzaga". A lei, che era la più giovane delle quattro suore, furono affidate 30 bambine.

Generosa con grandi e piccini

Tre anni dopo, anch'io fui destinato alla stessa missione, come direttore dell'orfanotrofio maschile dedicato a "Sant'Andrea. Ero anche responsabile della scuola elementare maschile e femminile, con la collaborazione di cinque maestri: due musulmani, due hindu e un cristiano che faceva il preside. Gli alunni erano più di cento. Le suore erano responsabili della cucina e soprattutto della salute di tutti; e anche della mia, quando dopo dieci mesi fui colpito da un infarto e costretto a riposo per quattordici mesi. Erano delle vere mamme; anche "suor Filo", premurosa come una sorella, sempre attenta ai bisogni degli altri, più ricca di fatti che di parole, generosa con tutti, piccoli e grandi.

Nel 1966, essendo tornato in Italia per curarmi, andai in Sardegna a trovare "suor Filo" che era in vacanza per qualche mese. Vidi la gioia, anzi la fierezza di papà Michele che aveva del tutto dimenticato la fuga di Celestina e rivedeva in lei non solo il nome, ma le virtù della sposa: la sua dedizione, la sua tenerezza, le sue attenzioni.

Da quasi mezzo secolo "suor Filo" è in Bangladesh, non più con le orfane, ma con ragazze, giovani e donne nel villaggio di Rogonnathpur. A loro offre un lavoro retribuito e la consapevolezza della loro dignità.

Il suo nome è già una leggenda, come la sua vita!



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