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Mons. Bergamin, Vescovo di Padang, Indonesia

Domenica 14 gennaio Piazzola ha ricordato il suo vescovo missionario a 10 anni dalla morte. Egli giace qui, nella bella chiesa del paese nativo, sulle fondamenta della quale ha giocato da ragazzino, come lui spesso amava ricordare, quando la costruzione della stessa era stata sospesa a causa della guerra del 1915-18. Nato nel 1910, dopo le Elementari ha frequentato per due anni le scuole Industriali, prima di entrare a 14 anni, nell’Istituto Saveriano Missioni Estere, in viale Trento, di Vicenza.

A 26 anni, finiti gli studi, è ordinato sacerdote, e subito parte per la Cina. La partenza dei missionari allora non era certo una passeggiata: c’era la prospettiva di restare parecchi anni senza mai tornare a casa, andando a vivere in un ambiente completamente diverso specialmente per la lingua. Dopo otto anni, scrivendo a casa fa una riflessione: "Appena arrivato qui io credevo di stare attraversando solo un periodo critico, eccezionale; poi invece con le esperienze mie e degli altri, mi sono convinto che la miseria di un missionario è una specie di tessera di riconoscimento.

Mons. Bergamin è stato un missionario che ha amato con tutto se stesso i suoi cristiani.

Costretto spesso a cambiare, a fuggire perché c’erano la guerra, le segregazioni e la prigionia, sempre si è separato da loro con gran dolore perché li sentiva tutti suoi figli. Nel 1941 prende il tifo ed è ridotto in fin di vita, ma con la fede e il suo coraggio riesce a superare la prova e un po’ alla volta si rimette in piedi.

Nel 1942 c’è una terribile carestia: la gente muore a migliaia, specialmente i bambini. Lui sta gestendo un ospedale (per questo non è in prigione), e si riduce alla colazione e al pasto serale per avere qualche cosa in più da dare agli altri. Arrivano i giapponesi nel ’44 e un suo carissimo amico di Carmignano, p.Botton, è trucidato; il suo stesso vescovo muore di stenti all’età di 63 anni, dopo 40 anni di missione. Finita la guerra nel 1948 è con il nuovo vescovo mons. Tissot, che lo nomina suo vicario generale.

La Cina nel 1948 viene "liberata" dalle truppe di Mao e passa sotto il regime comunista. Presto i missionari vengono segregati in casa, un piccolo alloggio fatiscente, fino al ’53. Poi vengono chiusi in prigione: 30 persone in una piccola stanza, con la nuda terra per pavimento, con solo un po’ di paglia marcia, aperta ai 4 venti. Hanno manette ai polsi e ceppi ai piedi, subiscono interrogatori di giorno e di notte, come cibo vien data loro la saggina per le bestie; sono controllati dai soldati che cercano solo un pretesto per fucilarli.

A febbraio del 1954, quando viene espulso, è in uno stato pietoso. Il Superiore Generale dei Saveriani che lo vede esclama: "Per carità, mettetelo in sesto perché sua mamma non prenda un colpo quando lo vede". Ha 44 anni, è profondamente minato nel fisico, ma non nello spirito. Molti tra i più vecchi di Piazzola ancora lo ricordano, come apparve alla festa fatta per il suo rientro, dopo due mesi che già era in Italia, con quella sua magrezza impressionante, la faccia gialla e rugosa; di vivo aveva solo gli occhi incavati e profondi e la voce che toccava il cuore.

Storie e figure di altri tempi, di persone tutte di un pezzo, con una fede assoluta in Dio e l’ardore missionario che li portava a spargere l’amore di Cristo tra i tanti poveri e infelici della terra. Dal 1936 quante cose erano cambiate in Italia! Le generazioni dei nuovi missionari, sospinte dall’urgenza del rinnovamento, pur avendo all’inizio morso il freno per questi caratteri antichi, hanno avuto impresso in loro il marchio di fabbrica di quei Saveriani "tutti di un pezzo", dalla generosità senza limiti.

Quanti martiri in questi ultimi 50 anni tra le loro file, tutti improntati sulla falsariga di questi grandi pionieri che li hanno preceduti!

Nel 1956 è nominato Superiore dei Saveriani a Padang, Indonesia, dove può recarsi nel 1958. Tre anni dopo, è nominato primo vescovo di quella terra. I suoi confratelli ricordano il suo stile di sempre: si faceva tutto a tutti. Un missionario vescovo sopra i 60 anni, tra il fango e l’acqua a cercare l’anello episcopale, che il Papa gli aveva regalato e che aveva perso mentre spingeva la barca per superare una rapida!

Era sempre pronto a sobbarcarsi qualsiasi sacrificio pur di arrivare alle anime, non badava al tempo e ai disagi.

Era un uomo di fede, con un grande spirito di preghiera e una tenera devozione alla Madonna. La "M" sul suo stemma episcopale (inciso anche sulla sua tomba a Piazzola) non era solo un simbolo.

All’età di 72 anni ha un collasso, fisicamente è finito. Dà le dimissioni, e nel 1983 rientra in Italia. Il suo ultimo periodo, da Natale 1983 è vissuto a Piazzola. È stato un dono di Dio per tutti noi, con il suo esempio, la sua umiltà, la sua disponibilità. Tutti i pomeriggi lo trovavi in chiesa a seminare rosari e a confessare. Le sue Messe spesso superavano l’ora; però la gente mai si è spazientita perché al suo vescovo voleva bene.

Lui era sempre innamorato della sua missione; quando parlava dei suoi missionari e della sua gente spesso finiva col commuoversi; viveva da povero come da sempre era stato abituato, per aiutare la sua gente lontana. Quando ci soffermiamo presso la sua tomba per pregare ricordiamolo così, con la generosità che lo ha sempre animato, ed anche per la sua giovialità, ma soprattutto per la sua fede estrema che alimenta un fuoco dentro di lui, il fuoco tipico dei missionari autentici. Mons. Raimondo Bergamin è morto il 14 gennaio 1991, quando il suo cuore ha cessato di battere qui in terra per unirsi alle pulsioni dell’amore di Dio, vicino al quale era così eroicamente vissuto.

Nereo Perazzolo,
un suo paesano affezionato.



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