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Padre Filippo Rota Martir, come avete letto a pagina 1, è il nuovo direttore di “Missionari Saveriani” e da metà dicembre vive nella comunità saveriana di Brescia. Tra uno sguardo al presente e uno al futuro, ha aperto il diario dei ricordi.

La storia inizia negli anni ’70…

Quando ero studente saveriano ad Alzano Lombardo, tra il 1974 e il 1977, ogni tanto venivamo a visitare la comunità di Brescia e rimanevamo sempre stupiti nel vedere quanti ragazzi c’erano (oltre sessanta). Noi a Bergamo eravamo pochi, non arrivavamo a trenta. La comunità di Brescia era allegra e vivace, si toccava con mano un bel clima di festa, collaborazione e famiglia, che coinvolgeva tutti: formatori, professori, famiglie, ragazzi, amici, benefattori.

Hai qualche ricordo particolare?

Il grande cortile asfaltato (ora adibito a parcheggio) pieno zeppo di ragazzi che giocavano e correvano da tutte le parti, subito dopo mangiato. Quel cortile era persino troppo piccolo, rispetto al numero di ragazzi. Come facevano a Brescia ad avere così tante vocazioni?! Certamente, dovevano essere numerose le parrocchie da cui provenivano i ragazzi e che collaboravano volentieri con noi saveriani di Brescia.

La diocesi è sempre stata molto legata ai saveriani e molti sacerdoti erano e sono nostri amici. Ho potuto sperimentarlo anche personalmente. Infatti, subito dopo la mia ordinazione presbiterale, ho trascorso tre anni qui a Brescia, dal 1989 al 1993, impegnato nell’animazione vocazionale dei ragazzi. Arrivavo da Parma, pieno di entusiasmo e di voglia di fare.

Chi c’era con te?

Un animatore vocazionale, un formatore, oltre ad altri confratelli (rettore, economo, incaricato del ministero). Però in quegli anni si stava ormai chiudendo l’esperienza della formazione. In casa c’era solo un gruppetto di ragazzi della terza media, insieme al loro formatore (p. Mario Gallia). L’anno dopo non avevamo più nessun studente in casa. Nonostante questo, noi portavamo avanti ugualmente l’attività vocazionale di “reclutamento”.

Dove incontravate i ragazzi?

Andavamo negli oratori delle parrocchie del bresciano e lì facevamo un primo incontro, attraverso diapositive e filmati missionari. In seguito, visitavamo personalmente, nelle loro case, i ragazzi interessati alla missione, conoscendo le famiglie più da vicino. In questo modo si creava un bel gruppo di adolescenti che, una volta al mese, frequentavano la nostra casa.

Cosa ti piaceva di più di questa attività?

Visitare le famiglie era l’attività che dava maggiori soddisfazioni. Più le visitavi e più loro ti invitavano a tornare. Solo che, passando il tempo, aumentavano e non si poteva seguirle tutte con la stessa frequenza. Un’altra cosa bella che organizzavamo, insieme alle comunità di Vicenza e Alzano, erano i campeggi estivi con gli adolescenti.

Dove andavate?

A Tavernerio (CO) e anche a Gandellino (BG), in alta Val Seriana. I ragazzi e i genitori erano veramente contenti di questa esperienza. Ancora oggi si ricordano dei campeggi saveriani. Usavo il vecchio pulmino che era rimasto dagli anni precedenti, quando c’erano tanti ragazzi.

E ora torni a Brescia… 

Negli ultimi tre-quattro anni da Roma venivo, sotto Natale e Pasqua, ad aiutare nelle confessioni e celebrazioni in qualche parrocchia bresciana. A febbraio dell’anno scorso, mi hanno chiesto di venire a lavorare allo Csam, anche se mi sarebbe piaciuto tornare in Amazzonia.

Oggi ho incontrato una situazione molto cambiata. Oltre a questo, la comunità sta attraversando un periodo di sofferenza. Mi auguro di riuscire a lavorare in sinergia con alcuni settori importanti per lo Csam e i saveriani. Solo unendo le forze si potrà animare, dal punto di vista missionario e culturale, la chiesa e la realtà bresciana e italiana. 



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