Un regalo indimenticabile
Mons. Motolese e l’Africa nel cuore
Arrivai in Africa, in Burundi, nel settembre del 1964. Dopo alcuni mesi di studio della lingua kirundi, fui destinato alla missione di Murago, nella regione del Bururi. La missione era a 1.700 metri di altitudine, isolata tra le montagne e senza strade comode per arrivarci. Vi trovai altri due missionari, uno francese e l’altro belga, dell’istituto dei “padri bianchi”, così chiamati per la loro “gandura” bianca, come quella indossata dagli arabi.
Il compito d’infermiere
Quella missione aveva un piccolo dispensario, di pochi metri quadrati, per soccorrere gli ammalati che vi ricorrevano, privi com’erano di assistenza sanitaria. Avevo frequentato dei corsi di medicina pratica, organizzati dai medici dell’ospedale di Piacenza proprio per noi missionari. Perciò il superiore della missione p. Paul Girodin mi pregò di occuparmi dei malati. Mi dedicai a loro, in quel bugigattolo, da mattina a sera, curando soprattutto i bambini.
Dall’Italia alcuni amici medici mi inviarono delle casse di buoni medicinali. Furono provvidenziali, anche se contribuirono ad aumentare il mio lavoro.
Il centro medico sociale
A Natale del 1965, scrissi una lettera all’arcivescovo di Taranto, mons. Motolese. Gli descrivevo il mio lavoro, dal momento che era stato lui a benedire la mia prima partenza per l’Africa. E lui, tempestivo e generoso, mi scrisse: “Insieme agli altri due missionari, prepara un progetto per soccorrere quella povera gente e io ti aiuterò”. Nacque così l’idea di un centro medico-sociale, che un mio amico ingegnere concretizzò con prospetti e misure, sulla base di un mio piano che esprimeva le nostre necessità. Il progetto piacque a mons. Motolese che inviò trenta milioni di lire al mio vescovo belga, mons. Martin, per realizzare l’opera.
Alla notizia, la gente esultò e collaborò, con entusiasmo e gratuitamente, a preparare i materiali per le costruzioni. L’opera, tanto necessaria in quell’ambiente isolato, doveva essere anche il frutto delle loro fatiche insieme al dono della diocesi di Taranto, che, da solo, non sarebbe stato sufficiente a realizzare il progetto. Gli uomini impastavano e cuocevano mattoni con la terra rossa argillosa e le donne, soprattutto le mamme, spesso con un bambino sul dorso, trasportavano sulla testa grossi sassi prelevati nel letto di un torrente, a un chilometro più a sud della missione.
Il buon umore fa bene
Nel frattempo, la missione era stata affidata ai saveriani. Eravamo in quattro: p. De Cillia, p. Tomè, p. Todeschi e il sottoscritto. Le costruzioni iniziarono verso la fine del 1967, sotto la direzione di p. Tomè, che ne aveva tutte le capacità. Prima di diventare missionario, lui era stato un abile artigiano. Insieme ai suoi fratelli, in un’industria familiare, fabbricava strumenti per odontotecnici e dentisti.
Gli bastarono alcuni mesi di lavoro insieme a un bravo costruttore olandese, anch’egli missionario, per diventare a sua volta un buon capomastro. Padre Tomè, uomo di grande fede e umorista inesauribile, contagiava di allegria gli operai africani che, per gratitudine verso un “bianco” così amabile, aumentavano il loro ritmo di lavoro.
Mons. Motolese in Africa
Nel settembre del 1970, venne in Africa mons. Motolese per inaugurare il centro medico-sociale “San Cataldo”, tra una folla acclamante. Con lui c’erano don Giovanni Zappimbulso, suo vicario generale, don Cosimo Russo e don Franco Limongelli.
Furono giorni felici, a contatto della povera gente del Burundi, gentile e accogliente. L’arcivescovo e don Giovanni ne riportarono un ricordo incancellabile e ne parlarono spesso. Mons. Motolese venne poi a trovarmi in Africa una seconda volta, nel 1987, quando ero missionario in Camerun. L’Africa gli era rimasta nel cuore.







