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LA PAROLA

Avvenne, che al tempo del re Erode, re di Giudea, c’era un sacerdote chiamato Zaccaria, della classe di Abìa, e aveva in moglie una discendente di Aronne chiamata Elisabetta. Erano giusti davanti a Dio, osservavano irreprensibili tutte le leggi e le prescrizioni del Signore. Ma non avevano figli, perché Elisabetta era sterile e tutti e due erano avanti negli anni.

Mentre Zaccaria officiava davanti al Signore nel turno della sua classe, secondo l’usanza del servizio sacerdotale, gli toccò in sorte di entrare nel tempio per fare l’offerta dell’incenso. Tutta l’assemblea del popolo pregava fuori nell’ora dell’incenso. Allora gli apparve un angelo del Signore. Quando lo vide, Zaccaria si turbó e fu preso da timore. Ma l’angelo gli disse: “Non temere, Zaccaria, la tua preghiera è stata esaudita e tua moglie Elisabetta ti darà un figlio, che chiamerai Giovanni”. Zaccaria disse all’angelo: “Come posso conoscere questo? Io sono vecchio e mia moglie avanzata negli anni”.

L’angelo gli rispose: «Io sono Gabriele che sto al cospetto di Dio e sono stato mandato a parlarti e a portarti questo lieto annuncio. Ed ecco, sarai muto e non potrai parlare fino al giorno in cui queste cose si avvereranno, perché non hai creduto alle mie parole, le quali si adempiranno a loro tempo”. (Lc 1,5-13.18-20)


Luca inizia il suo vangelo spiegandone la ragione: vuole che Teofilo, un ascoltatore fittizio che puó essere ciascuno di noi, conosca la solidità degli insegnamenti ricevuti. La solidità di un insegnamento è una cosa seria, perché se non è tale crolla una fede, crolla una vita. Quindi, parte raccontando una storia, quella di Zaccaria.

Dio si è fatto conoscere al suo popolo, dicono i rabbini, raccontando storie, perché in ogni storia c’è qualcosa del narratore, ma c’è anche qualcosa di chi ascolta. In aramaico ibra k’adibra vuol dire “io creo attraverso il mio parlare”. E ciò che si crea è soprattutto la relazione tra chi racconta e chi ascolta, una relazione che trasforma entrambi.

Come diceva Elie Wiesel: “la gente diventa le storie che sente e le storie che racconta”.

Eccoci allora immersi da subito dentro la storia di questo personaggio finora sconosciuto: Zaccaria, uno dei tanti sacerdoti che servivano nel Tempio di Gerusalemme, ai tempi del re Erode. Ma Zaccaria non è solo. C’è Elisabetta, sua moglie, anche lei di alto lignaggio sacerdotale. Nonostante la corruzione che imperava allora nel Tempio, loro erano giusti, osservanti integerrimi della Legge, eredi dunque di quella benedizione che Dio aveva promesso a chi camminava sui suoi passi.

Ma la benedizione sembra essersi interrotta senza un perché: Elisabetta è sterile e i due sono anziani.

È una storia che comincia male, segnata da una carenza cocente, soprattutto per la donna, considerata sempre la portatrice della sterilità. La sorte volle che quel giorno fosse scelto Zaccaria per bruciare l’incenso nel santuario, lì dov’era il cuore della fede ebraica. E lì scopre che Dio non si è mai dimenticato di loro, di quel dolore nascosto, di quella supplica sommessa di un uomo e di una donna senza figli, senza futuro.

Ma Zaccaria non riesce a credere, come Abramo e Sara, nel messaggero di Dio. Antepone l’evidenza. È incapace di immaginare che la vita sgorghi da un grembo sterile, da un vecchio inaridito. Resterà allora muto. La parola ascoltata non sboccerà nella benedizione che il popolo aspettava fuori in preghiera. Non più uomo, ormai incapace di raccontare la propria storia. Eppure il figlio arriva. Dio ha giurato, Dio si è ricordato, Dio ha fatto grazia. Elisabetta lo ha scritto nel proprio nome, nel nome dello sposo e in quello del figlio. E dirà un “no”, potente come un masso, quando i parenti cercheranno di imporre un altro nome a Giovanni.

Zaccaria, una volta tanto, obbedisce. E la lingua gli si sciolse. 



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