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Nel 1920, dopo 14 anni di vita in Cina, mons. Conforti richiama p. Pietro Uccelli in Italia per destinarlo alla nascente casa saveriana di Vicenza per la formazione di aspiranti missionari. Egli accetta il nuovo incarico con la massima fiducia nella Provvidenza, convinto di fare la volontà di Dio.

A Vicenza egli rimane per il resto della vita (dal 1921 al 1954). Parla della Cina in ogni occasione, ma soprattutto vive in continuità con la sua esperienza missionaria. È consapevole, infatti, che ogni luogo può diventare “terra di missione”, perché la missione consiste nel portare Cristo agli altri.

Non gli è difficile scoprire gente che aspetta l’incontro con Cristo e, come Gesù, egli allarga il suo cuore a tutti.

Un faro di animazione missionaria

Sotto la guida del servo di Dio, la casa saveriana diventa un potente centro di animazione missionaria, dove spesso si riuniscono i rappresentanti parrocchiali, le zelatrici, i membri dell’Azione cattolica… Il direttore dell’ufficio missionario è di casa presso i saveriani.

“Una buona parte del giorno vado fuori a trovare e a confortare poveri malati”. L’amore e la gratuità del suo servizio vengono ricambiati, tanto da fargli scrivere queste parole: “Di Vicenza le novità sono sempre quelle, cioè, una vera generosità di offerte, che a questi tempi fa una santa impressione e fa conoscere la carità e la fede dei buoni vicentini. Il Signore li benedica tutti unitamente ai tanti altri benefattori che non sono di Vicenza. È per me una responsabilità che mi fa pensare e tremare!”.

Egli viene ricercato per i peccatori più incalliti e il Signore opera visibilmente attraverso il suo “servo”. Accanto agli allievi missionari, che ama teneramente, egli ha una grande schiera di poveri, emarginati, sofferenti, malati.

È questo un modo per continuare la sua “missione cinese” in Italia, sempre pronto ad accogliere, ascoltare, incoraggiare.

Un metodo speciale per formare

Il segreto formativo del servo di Dio sta però altrove: l’esempio di una vita spesa completamente per Dio e per il prossimo; una vita che parla un linguaggio più alto, efficace, comprensibile.

Il suo esempio di vita esprime bene ciò che un missionario, in patria o in nazioni lontane, deve essere: innanzitutto e solamente, l’uomo di Dio. La sua preghiera continua, la disponibilità ad accogliere poveri, penitenti ed emarginati dalla società, sono esempi viventi davanti agli occhi degli allievi missionari, diventando per loro stimolo alla crescita umana, cristiana e religiosa. In fondo, la formazione consiste più nel comunicare vita che in un imbottigliamento di idee e regole.

Dei suoi allievi missionari egli conosce tutto e di tutto si informa, amando ciascuno teneramente. In una lettera, egli sfoga il suo profondo dolore per la malattia di un allievo missionario. “Ieri sera mi giunge la triste notizia che l’hanno condotto alla casa di cura. È stato per me uno schianto al cuore e, per quanto faccia per mettere tutto nelle mani del Signore e in quelle di san Giuseppe, il mio cuore seguita a sanguinare...”.

La grande festa vicentina

Nel 1947 nella casa saveriana di viale Trento a Vicenza, viene organizzata una grande festa: p. Uccelli compie cinquant’anni di sacerdozio. Con una lettera, l’ufficio missionario della diocesi ricorda ai vicentini i meriti del missionario, invitando tutti a unirsi a lui nella lieta ricorrenza. È una buona sintesi della presenza di p. Uccelli a Vicenza. Vi si legge, fra l’altro:

“Ci dispiace dover infrangere l’ostacolo posto dalla sincera umiltà dell’amatissimo p. Uccelli, ma non possiamo lasciar passare una data giubilare: cinquant’anni di sacerdozio, tutto speso dal gran missionario alla gloria di Dio e alla salute delle anime. Difatti, tornato dalla Cina lontana, oltre al tempo dedicato alla formazione dei giovanetti che aspirano a diventare missionari, padre Pietro Uccelli ha esteso in città e in diocesi la sua benefica influenza e aiuto… In cinque lustri di vita vicentina, p. Uccelli ha consolato tante anime che a lui hanno ricorso per aiuto e consiglio, ha confortato un gran numero di afflitti e malati, che con fiducia sono ricorsi a lui raccomandandosi alle sue preghiere…”.

Missionario anche sul letto di morte

Ormai anziano e con salute cagionevole, p. Pietro non rinuncia a visitare nelle loro case e negli ospedali i suoi prediletti: i poveri e i sofferenti.

Finché riesce, va in bicicletta; poi si fa portare. Cerca di vivere le opere di misericordia anche quando è costretto a​letto e fino agli ultimi giorni della vita, soprattutto ascoltando le persone che continuano a cercarlo come confessore e consigliere.

Nella sofferenza fisica, il missionario diventa esempio di serenità e di preghiera continua. Ha sempre la corona del rosario in mano, dicono i testimoni. A settembre 1954 egli compie la sua ultima visita, quasi un congedo, al santuario Mariano di Monte Berico e al vescovo di Vicenza. Poi si mette definitivamente a letto, in attesa del transito.

Ai suoi funerali, tanta tanta gente!

Le cronache riportate dai giornali parlano dei funerali del missionario come di un “evento memorabile”. Qualcuno afferma che tutta la città è presente. Comunque, sono migliaia e migliaia che, in ginocchio, salutano la salma lungo il tragitto che va dalla casa saveriana in viale Trento alla chiesa di San Rocco, dove sono celebrate le esequie.

Una testimonianza significativa: “Ricordo quanto mi ha raccontato mia sorella. Mi disse che il giorno in cui è morto p. Uccelli tanta tanta gente faceva la processione per andare a visitarne la salma. Ed era gente che, a conoscenza di tutti, non frequentava la chiesa.

Questo vuol dire che la gente aveva fede in lui, sentiva e credeva che in lui ci fosse qualcosa di particolare”.



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