Testimoniare la fratellanza
Jean-Paul Vesco, 62 anni di Lione, prima di diventare arcivescovo di Algeri ha vissuto 10 anni alla guida della diocesi algerina di Orano. Papa Francesco l’ha creato cardinale il 7 dicembre. Per descrivere la Chiesa in Algeria ha utilizzato l’immagine della “Chiesa della discrezione”. Dall’intervista di Gianni Valente per l’Agenzia Fides.
Quando parlo di discrezione della Chiesa, non intendo dire che non abbiamo il diritto di fare niente. Il Vangelo si annuncia attraverso la testimonianza, ma con discrezione, cioè nel rispetto della fede dell'altro. La specificità dell’annuncio del Vangelo in Algeria, nel mondo musulmano, è che parte da una vita condivisa tra persone che hanno una fede differente. Per me la testimonianza evangelica non può essere separata dal rispetto per la fede dell’altro. La figura ultima del missionario è quella della fraternità e dell’amicizia. Ripenso alla Dichiarazione sulla fratellanza umana di Abu Dhabi. Il Papa e il Grande Imam sono due uomini che apprezzano la fede dell’altro. E questo non era mai esistito a tale livello. Quando ho visto questi due uomini guardarsi e sorridere, ho visto due fratelli. Ho percepito l’amicizia tra loro. La più grande testimonianza evangelica che la Chiesa può dare è quella della fratellanza, la fratellanza tra noi, cominciando dall’interno della Chiesa. Il Papa vuole far emergere proprio questo.
Abbiamo bisogno della fede dell’altro. Ho bisogno di entrare in contatto con musulmani di buona fede, non per credere nella loro fede, ma per entrare in uno scambio autentico; e per mostrare loro qualcosa della mia. L’amicizia, come la fraternità, si basa sulla gratuità della relazione. Finché non c’è relazione gratuita, non credo che il Vangelo possa essere trasmesso.
La Chiesa d’Algeria è una Chiesa di martiri, e i nostri martiri sono martiri della fraternità. Abbiamo voluto che i 19 fossero beatificati insieme per riaffermare che sono stati la testimonianza di un’intera Chiesa in un momento particolare della storia, in mezzo a un popolo. Il rosso del Cardinalato mi rende umile, perché so di non meritarlo rispetto a tanti altri. Vorrei che fosse un segno di semplicità. Non mi rende un principe della Chiesa, al contrario mi chiama e mi spinge a essere più umile perché mi riporta costantemente al mistero del perché sono stato scelto.
Il mio ingresso nei domenicani è stato molto improvviso, a 33 anni. Ho sempre immaginato la mia vita sotto forma di vocazione, che a un certo punto si è concretizzata nel coinvolgimento nei sindacati e nella politica, e poi come consigliere comunale. Sono diventato avvocato, e allora ho avuto l'impressione di aver raggiunto il soffitto di cristallo. Avevo raggiunto tutto quello che volevo, ma non avevo trovato la felicità, mancava ancora qualcosa.
Il mondo intero sta tornando alla regola del più forte. E la pace e la felicità dei popoli non possono essere costruite su questa immoralità.







