Settore senza crisi
Certo l’Italia non è la principale esportatrice di sistemi militari nel mondo. Stati Uniti e Russia, ma anche Cina, Francia e Regno Unito ci precedono. Sono i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza che dovrebbero, secondo la “Carta delle Nazioni Unite” in vigore dal 1945, “promuovere lo stabilimento ed il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale col minimo dispendio delle risorse umane ed economiche mondiali per gli armamenti”.
Ma anche l’Italia da diversi anni compare tra i primi dieci paesi al mondo per esportazione di armamenti.
Un posto al sole tra i colossi
Il nostro pase è anche tra i primi dieci nel mondo per industria manifatturiera, ma è altrettanto vero che, mentre negli ultimi anni molte aziende del settore civile hanno visto crollare le proprie produzioni ed esportazioni, quelle del settore militare, grazie al sostegno politico, hanno continuato a incrementare i loro volumi d’affari.
È il caso della principale azienda italiana a controllo statale, Finmeccanica (ora rinominata “Leonardo”), che da alcuni anni ha acquisito un posto tra i colossi americani ed europei del settore militare. Sono aziende note agli esperti del settore: Lockheed Martin, Boeing, BAE Systems, Raytheon, Northrop Grumman, General Dynamics, Airbus, United Technologies, L3 Technologies e, appunto, Finmeccanica-Leonardo.
Il ruolo dell’Unione Europea
Si può rilevare un ulteriore dato: le esportazioni di sistemi militari dei paesi dell’Unione europea (UE) - se considerate nel loro insieme - sono solo di poco inferiori a quelle di Stati Uniti e Russia. Ciò significa che l’UE occupa già oggi un posto di prim’ordine in questo settore. Potrebbe pertanto svolgere un ruolo propositivo per la pace e la sicurezza internazionale, limitando le esportazioni di sistemi militari ai paesi democratici e per soli scopi difensivi. La realtà dei fatti, invece, è ben diversa.
Come si legge in un documento predisposto dal Comitato economico e sociale europeo “non esiste un’impostazione strategica comune, né tra i governi, né tra i partner industriali europei; tutte le società industriali con sede in Europa si focalizzano sui mercati d'esportazione”. In parole semplici, puntano a esportare sempre più armi.
Ministri “commessi viaggiatori”
Il Comitato, inoltre, evidenzia un aspetto ancor più allarmante: “Le industrie della difesa dei paesi dell’UE dispongono di un notevole margine di manovra sui mercati d’esportazione. Ciò è in parte dovuto alla privatizzazione e in parte all'incoraggiamento da parte dei governi; la crisi economica sta trasformando alcuni ministri della Difesa in promotori delle esportazioni esplicitamente riconosciuti”.
È proprio questo il punto cruciale: i ministri che dovrebbero essere preoccupati soprattutto della nostra difesa e della nostra sicurezza, stanno invece diventando dei commessi viaggiatori al servizio delle aziende militari. E i governi europei, per fare cassa e mantenere operative le industrie militari - veri e propri pachidermi insostenibili che per decenni hanno drenato denaro pubblico - cercano adesso di esportare sempre più armi nel mondo.
Vera e falsa sicurezza
L’illusione nella quale ci culliamo è quella di credere che la corsa agli armamenti possa contribuire a risolvere i problemi della pace e della nostra sicurezza. È “un inganno”, sottolinea spesso papa Francesco. Sono oggi ancor più vere e attuali le parole scritte dai Padri conciliari nella “Gaudium et Spes”: “Si convincano gli uomini che la corsa agli armamenti, alla quale si rivolgono molte nazioni, non è una via sicura per conservare saldamente la pace, né il cosiddetto equilibrio che ne risulta può essere considerato pace vera e stabile. Le cause di guerra, anziché venire eliminate da tale corsa, minacciano piuttosto di aggravarsi gradatamente. E mentre si spendono enormi ricchezze per la preparazione di armi sempre nuove, diventa poi impossibile arrecare sufficiente rimedio alle miserie così grandi del mondo presente. Anziché guarire veramente, nel profondo, i dissensi tra i popoli, si finisce per contagiare anche altre parti del mondo” (G.S. 81).
Rispettare norme e trattati
Parole sulle quali sarebbe bene meditare quando, sui nostri teleschermi, vediamo apparire le immagini di persone che, dopo estenuanti viaggi nel deserto e rischiose traversate sui gommoni, cercano rifugio nelle nostre coste. Diciamocelo chiaro: non metteremo mai fine agli sbarchi continuando a vendere armi ai dittatori di mezzo mondo. La via maestra è indicata dai Trattati internazionali e dalle norme europee e italiane sul commercio di armi: basterebbe solo metterli in pratica.








