Servizio è condivisione
Cento anni fa, nel 1926, Papa Pio XI ha istituito la Giornata missionaria mondiale. Lo scopo non era solo esprimere la nostra solidarietà con chi è impegnato in prima linea nell’annuncio della Buona Notizia di Gesù Cristo, ma soprattutto per ricordarci che tutte le Chiese e ogni cristiano sono incaricati della missione; cioè che l’annuncio del Vangelo è affidato a tutti i discepoli di Gesù.
In questo modo, soprattutto con la testimonianza del nostro stile di vita, la Parola di Gesù può arrivare in ogni ambiente. Del resto gli ‘specialisti’ della missione, cioè i missionari e le missionarie, non possono essere presenti ovunque. Così è compito del medico cristiano portare Gesù nel mondo della sanità, è compito del commerciante cristiano vivere da discepolo di Gesù tra le bancarelle del mercato ed è compito di ogni giovane amico di Gesù farlo conoscere ai suoi coetanei tra i banchi di scuola o nei centri sportivi. La Giornata missionaria mondiale serve a ricordarci che la missione è affidata ad ogni battezzato.
È anche per questo motivo che, quando un prete o un missionario è destinato ad un nuovo servizio, non si preoccupa molto, perché ha la certezza di non essere solo e di non essere il solo ad annunciare il Vangelo.
Anch’io, dopo quattro anni trascorsi a San Pietro in Vincoli, inizierò un servizio in un nuovo ambiente-comunità proprio a ottobre, il mese della missione. In questo tempo, sto cercando di portare a termine i diversi impegni, di preparare il mio bagaglio e trasferirmi nella comunità dei Saveriani a Cagliari, in Sardegna.
Appena rientrato dall’Africa, avevo già lavorato sull’Isola per una decina di anni, dal 1998 al 2007, immerso principalmente nel mondo giovanile. Così, questo trasferimento è un po’ un ritorno a casa: la Sardegna è la mia terra di adozione.
Parto sereno. Ovunque sono stato, in genere, mi sono sempre trovato bene, ho incontrato persone con cui collaborare e non mi sono mai annoiato, perché il lavoro è stato sempre tanto. Negli ultimi quattro anni vissuti in Romagna, la mia attenzione era rivolta soprattutto alla parrocchia di Villafranca, nella campagna tra Forlì e Lugo. Il Vescovo mi aveva affidato la cura di questa comunità. Abbiamo camminato insieme con tutti coloro che avevano a cuore la vita della comunità, con un’attenzione particolare per giovani e ragazzi.
Come è normale, ed è giusto che sia così, ogni prete che arriva in un ambiente porta anche qualcosa di suo. Io come missionarioe saveriano ho portato la mia preoccupazione per la centralità del Vangelo di Gesù: Vangelo come buona notizia e come centro vitale di ogni riflessione, di ogni attività, di ogni scelta pastorale e operativa. Ho voluto anche che la parrocchia vivesse come una famiglia, dove ci si conosce, apprezza, sostiene, corregge e insieme si affrontano problemi e difficoltà. San Guido Maria Conforti, Fondatore dei Saveriani, ci spronava a “fare del mondo una famiglia”. Abbiamo cercato di curare le nostre relazioni, come in una famiglia, condividendo sogni e traguardi. La sfida è stata quella di camminare insieme, perché la parrocchia fosse riconosciuta e vissuta come casa di tutti, aperta a tutti, dove abitare spazi e responsabilità.
In ogni cammino, è importante fissarsi delle tappe per raggiungere un traguardo. Una meta di vitale importanza, in questo nostro tempo, dove i preti diminuiscono sempre più, è quella di aiutare le comunità a prendere in mano la loro vita e il loro futuro. Così, attingendo dall’esperienza di 12 anni di Africa e dal successivo incontro con le Chiese degli altri continenti, per me è sempre stato normale pensare alla Chiesa di oggi, e ancora più a quella di domani, come a piccole comunità ministeriali, cioè di servizio. Il presbitero svolge il suo servizio legato soprattutto all’annuncio della Parola e alla celebrazione dei sacramenti, ma allo stesso tempo tutti i membri della comunità, i parrocchiani, hanno i loro compiti e competenze proprie: formazione permanente, amministrazione, cura delle persone e dei beni... Tutti responsabili e capaci di rendere conto del servizio loro affidato.
La capacità di rendere conto è essenziale nella vita della Chiesa perché ci aiuta a capire e a verificare in maniera molto pratica se, nel nostro servizio, ci mettiamo davvero a servizio della comunità o se invece ci comportiamo da proprietari, da padroni. Di fatto, verifichiamo se permettiamo a Gesù Cristo di rimanere al cuore, al centro della vita della comunità.
Nel suo Messaggio per la Giornata missionaria mondiale di quest’anno, papa Leone ci ricorda che “l’essere cristiani non è anzitutto un insieme di pratiche o idee: è una vita in unione con Cristo, nella quale siamo resi partecipi della relazione filiale che Egli vive con il Padre nello Spirito Santo”.
Gesù è e rimane l’unico padrone della vigna, perché porta avanti questo servizio secondo il cuore di Dio, si prende cura della vigna e per essa offre la sua vita.
Cari amici, grazie per questi anni vissuti insieme, grazie ai miei confratelli per la pazienza di avermi sopportato, grazie a tanti fratelli e sorelle, compagni di cammino e di sogni, che ora sono diventati e rimangono grandi amici. Il Signore ci custodisca nell’impegno dell’unica missione, che è la sua, e ci benedica.







