Se la vita è tutto un post…
L’estate è rovente e le vacanze sono il sogno per staccare la spina. Per alcuni sono in corso, per altri è già arrivato il momento di rientrare. Eppure, sono tanti gli argomenti di cui parlare e questa volta ho deciso di sfogarmi un po’, perché non sempre sorvolare o usare la diplomazia è la scelta migliore.
Curiosità.
Nelle settimane passate, un paese di medie dimensioni ha organizzato un incontro serale aperto al pubblico per analizzare i problemi del comune, dopo che le ultime elezioni amministrative avevano fatto segnalare un’astensione record! Gli organizzatori contavano anche sul fatto che il gruppo facebook del paese contasse più di mille persone (sei di questa o quella località se… è molto di moda e si basa sull’identificazione di luoghi, episodi, persone, aneddoti di un quartiere, paese o città, creando davvero grandi comunità di “amici”).
Il risultato, più che deludente, è che all’incontro c’erano circa 30 persone, quasi tutti “addetti ai lavori” (amministratori, esponenti di partiti o liste civiche locali). Mi chiedo: è meglio lamentarsi su fb perché siamo meno riconoscibili o partecipare quando ci sono occasioni create ad hoc? La faccia la mettiamo nei post e non in un incontro aperto? Alla “cosa pubblica” teniamo solo per protestare e mai per contribuire? Giovani, sveglia, il futuro è adesso e non funziona se è sempre… delegato. Si decide anche di noi e, dove si può, dobbiamo incidere!
Sdegno.
Ancora social protagonisti quando più di una “persona”, a cui evidentemente il caldo fa male, commentava la violenza subita da una ragazzina a Roma da parte di un giovane militare che si è finto poliziotto per “adescarla”. Tanti hanno messo in dubbio la moralità della ragazzina, ma sarebbero stati identici i commenti se il presunto violentatore fosse stato straniero? Non ho sentito, letto, visto reazioni della politica, né di solidarietà né di accusa. Tutti in silenzio, perché conviene?
Aria fresca.
Ho seguito l’intervista a una suora di clausura in Ecuador che con le sue consorelle (Carmelitane scalze) si è cimentata nell’impresa di preparare 600mila ostie per la Messa di Santa Cruz con papa Francesco.
Penso al loro lavoro silenzioso, alla commozione di quella suora quando parlava delle ragazze salvate dalla schiavitù della prostituzione e al sorriso dei giovani di tutta Italia che proprio in estate vivono un’esperienza missionaria, anche in America latina, mettendosi in discussione con tutti se stessi.
Noi e loro. Una coppia di mezza età ha tentato il suicidio, dopo averlo programmato nei particolari, per aver subito lo sfratto da casa. Lui è morto, lei lotta per la vita. Solo un caso, come ne sono successi tanti, purtroppo, in questi anni di crisi. Istituzioni distanti, poca attenzione, aiuti solo da parte dei familiari e poco altro, servizi sociali sotto accusa… sono i commenti del post-tragedia. E, anche in questo caso, è il web che dà la carica: “Aiutiamo i profughi, spendiamo i soldi per loro e per i nostri?”…
Perché dobbiamo fare questa distinzione tra poveri? Perché dobbiamo selezionare una tragedia? Chi di noi sarebbe disposto e disponibile a farsi carico delle situazioni di disagio che, magari, si vivono di fronte alla nostra porta di casa o al di là della strada?
Perché i giovani non si mettono a disposizione per opere di buon vicinato, sostegno e segnalazione dei casi più delicati, lasciando silenziosi smartphone, tablet e playstation?
Forse non basterà per chi è già morto dentro, ma potrebbe essere vitale più di uno stupido commento… E siccome sappiamo che queste forme di aiuto ci sono, raccontiamole! Ce n’è tanto bisogno per non pensare che la vita sia tutta un post!







