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Sant'Antioco, la terra di mamma: 5 anni di missione, Bangladesh

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Sant’Antioco: fin da piccolo facevo visita a questo stupendo paese insieme ai miei genitori. Sono molto legato a questa terra, dove è nata mia madre. Ogni anno passavo una decina di giorni tra parenti e amici in questa località del Sulcis. È una terra bella e importante, anche dal punto di vista storico. Tra l’altro, custodisce la tomba del santo patrono di tutta la Sardegna.

Anche questa volta, dopo aver speso cinque anni in Bangladesh, ho desiderato passare un po’ di giorni nella sempre amata terra di mia madre. Il senso di ospitalità e la fede della gente di Sant’Antioco mi hanno affascinato e coinvolto nella mia scelta missionaria come saveriano. Ho sempre respirato quel clima di famiglia, nonostante abbia vissuto fuori dall’isola, in Friuli e altrove.

Desidero ringraziare tutti coloro che hanno collaborato a costruire una nuova chiesa in un villaggio del Bangladesh, dove ho lavorato fino a qualche mese fa. Dalla Sardegna ho avuto un significativo aiuto.

L'impatto con il Bangladesh

Sono stato ordinato sacerdote nel 1990 a Parma e ho detto le prime Messe a S. Giorgio di Nogaro in provincia di Udine, dove risiedono i miei genitori, e a Sant’Antioco. Nel 1991 i superiori mi hanno mandato a Taranto per lavorare nell’animazione missionaria e vocazionale. Ci sono rimasto otto anni. Poi, dopo aver speso un anno a Londra a imparare l’inglese, nel 2001 sono partito per il Bangladesh.

L’impatto con la cultura del posto, e soprattutto con il clima caldo e umido, è stato tremendo. Dopo circa due anni di "assestamento", ho cominciato a lavorare in una missione a nord della diocesi di Khulna, gestita dai saveriani dal 1953.

È una missione immersa nelle campagne di riso, iuta e grano. Come missionario, ero l’unico italiano. Ho lavorato con altri sacerdoti bengalesi del clero diocesano, come era mio desiderio. Infatti, volevo capire la mentalità e la situazione della gente e soprattutto volevo ridimensionare in modo costruttivo la mia cultura occidentale, così persa da quella orientale bengalese. Sono stati cinque anni difficili sotto tutti gli aspetti, ma posso ritenermi soddisfatto di aver compiuto questa scelta. Alla fine, è stata una bella esperienza.

Pochi cristiani, tante vocazioni

I cristiani del Bangladesh sono pochissimi: meno dello 0,5 per cento. Provengono per lo più dalla tradizione hindu e dai gruppi tribali. Il cristianesimo è arrivato in Bangladesh circa 500 anni fa, con i mercanti portoghesi. I primi missionari erano gesuiti, agostiniani e domenicani. Poi, nel 1855 sono arrivati i missionari del Pime di Milano. I saveriani solo dal 1952 sono in Bangladesh, che allora si chiamava Pakistan Orientale. Agli inizi numerose conversioni sono avvenute tra la gente di bassa casta, che preferivano prendere cognomi portoghesi come Gomes, Costa, Rosario…

Dopo aver lavorato quasi esclusivamente nelle parrocchie, i saveriani hanno iniziato ad aprire "nuove vie" di evangelizzazione. Siamo entrati in contatto con i fuori casta, i tribali e i ragazzi di strada; ci occupiamo della promozione sociale della donna, del campo sanitario e dell’educazione.

Nel 2005, il primo saveriano bengalese è stato ordinato sacerdote; ora è missionario nelle Filippine. Altri dieci giovani stanno studiando teologia nelle comunità saveriane internazionali. Tenendo conto che in Bangladesh abbiamo iniziato a lavorare a livello vocazionale da circa 15 anni, il risultato è certamente buono.



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