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Sono arrivato in Sierra Leone nel 1982, dopo 16 anni di lavoro in Scozia. Mi dissero che ero destinato ad assumere per la prima volta l'impegno missionario nella diocesi di Freetown, attorno alla capitale, nelle periferie, diventate oggi popolari grazie agli interventi di papa Francesco. Fino ad allora, i saveriani erano tutti impegnati nel nord del paese, nella diocesi di Makeni.

È bello tornare alle radici

Ho cominciato da solo, poi altri saveriani (tra cui p. Gerardo Caglioni) sono venuti a condividere e a continuare la missione assegnatami, quando mi hanno affidato altri incarichi. In 10 anni, abbiamo costruito due belle chiese che presto sono diventate fiorenti parrocchie.

È tradizione che quando la nuova comunità è autosufficiente, viene consegnata al clero locale perché se ne faccia carico. E noi missionari andiamo altrove, dove maggiore è il bisogno di una presenza cristiana.

Dopo circa 20 anni di lavoro missionario in altre città della Sierra Leone, sono recentemente ritornato dove avevo iniziato, a Freetown, capitale del Paese. Qui i saveriani hanno una comunità di formazione missionaria e il noviziato. Il maestro dei novizi ha lasciato per ragioni di salute, così mi è stato chiesto di sostituirlo per portare a termine l'anno di noviziato.

Non mi è dispiaciuto ritornare alle radici e vedere come le comunità si sono sviluppate.

''Loro devono crescere, noi diminuire''

L'intenzione era che restassi a Freetown solo per alcuni mesi, ma le circostanze - in particolare la temuta epidemia dell'ebola - mi hanno portato a rimanere lì, con p. Vincenzo Munari e alcuni studenti.

In particolare, mi occupo della loro formazione che include un po' di insegnamento; poi svolgo lavoro pastorale e missionario nelle zone periferiche di Freetown, dove appunto oltre 20 anni fa abbiamo eretto quelle due parrocchie. Altre chiese succursali sono state costruite nel frattempo dai saveriani. Si tratta di comunità abbastanza consistenti: 300-400 battezzati, che hanno bisogno di assistenza spirituale e impegno missionario.

Non siamo più noi i “rettori” delle parrocchie. Ora siamo diventati aiutanti, assistenti della chiesa locale. In un certo senso qui si può applicare quanto Giovanni Battista diceva di Gesù: “Lui deve crescere, io diminuire”.

Il seme ha prodotto frutti

Molti di quei bambini, ragazzi, giovani, che anni fa ho battezzato e aiutato a crescere nella fede oggi sono ancora là, adulti, padri e madri di altri bambini.

Qualcuno di loro fa il catechista, altri sono insegnanti nelle nostre scuole, altri ancora sono impegnati nelle attività e organizzazioni della parrocchia. L'attuale giovane parroco di una grande parrocchia di Freetown era il leader dei ragazzi di quel tempo.

Sì, davvero, il seme sparso e curato è cresciuto ed ha prodotto frutti. Nel mio ministero attuale, forte ora di quanto papa Francesco dice e scrive nei suoi interventi, insisto molto su ciò che lui sottolinea: “Tutti siamo e dobbiamo essere discepoli missionari!”. Appunto come si legge al n.119 della Evangelii Gaudium:

“Ogni battezzato, ogni parrocchia, ogni comunità, ogni membro del popolo di Dio è missionario”.



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