Ritorno in Amazzonia
Care amiche e cari amici, dopo circa sette anni di servizio nella collaborazione pastorale di Buttrio e dieci in Italia, mi accingo a fare ritorno alla mia precedente destinazione: l’Amazzonia, luogo in cui ebbe inizio il mio servizio missionario.
Alcuni pensavano che si trattasse di un viaggio di qualche mese, altri di un periodo limitato: “due, tre anni… e poi ritorni”. Ma non è proprio così. Diciamo che ho fatto il biglietto di sola andata. Uno dei ritornelli di saluto è stato: “Ci abbandoni…”. A queste parole, mi viene spontaneo rispondere con le parole del profeta Isaia: “Una donna dimentica forse il bimbo che allatta, smettendo di avere pietà del frutto delle sue viscere? Anche se le madri dimenticassero, io non dimenticherò te” (Is 49,15).
Più che un abbandono, la mia partenza preferisco leggerla come testimonianza della nostra identità missionaria. Infatti, nelle parrocchie a noi affidate continueranno a operare altri tre missionari saveriani. Siamo chiamati ad uscire dalle nostre zone di comfort, dalle nostre conoscenze, amicizie, per incontrare l'altro. Papa Francesco lo ha ripetuto in tutte le lingue del mondo: dobbiamo uscire, siamo chiamati ad aprire porte e finestre della Chiesa.
La Chiesa, per sua natura, è missionaria. L’amore di Dio si diffonde, si espande, non resta chiuso in una stanza. Alcuni di noi sono chiamati in modo speciale a lasciare anche la propria terra d'origine per offrire un contributo là dove la Chiesa ha bisogno di aiuto o dove mancano testimoni del Vangelo di Gesù.
Provo un profondo senso di gratitudine per tutte le persone che hanno collaborato in questi anni alla gestione delle parrocchie. Nessuno è parroco da solo; il cammino si fa insieme, ognuno mettendo i propri doni.
Ringrazio Dio, che si è fatto presente con la sua provvidenza, mandando persone adeguate - quasi angeli - per superare i momenti di difficoltà che si sono presentati. Un grazie a Dio e ai missionari saveriani per aver riposto fiducia in me, permettendomi così di imparare cosa significa orientare una comunità.
Non posso tralasciare un grande “SCUSA” per gli errori commessi a causa dell’inesperienza e dei miei limiti personali. Ho sperimentato la parrocchia come un dono, poiché ci permette di essere a contatto ravvicinato con le sfide che ogni famiglia affronta quotidianamente, con le gioie e i dolori di ciascuno. Così, la mia preghiera per voi sarà più concreta e vicina alle necessità che ognuno vive.
Salutando alcuni parrocchiani, ho ricevuto la piacevole sorpresa - o rivelazione - che il desiderio missionario era qualcosa di assopito nel loro cuore, come un sogno da realizzare, ma che per vari motivi era stato accantonato. Per chi lo desidera, il sogno si può rispolverare e magari realizzare. Ora avete un amico o un conoscente che vive dall’altra parte dell’oceano Atlantico, su cui contare e che vi può accogliere e aiutare a realizzare quel sogno nascosto nel cassetto. Con affetto e gratitudine.








