Riflessioni, idee e possibilità
È tempo di Giochi olimpici invernali e quindi di fraternità, di rispetto delle regole, di spirito agonistico frutto di sforzi e fatiche per dare il meglio di sé. Per questo Papa Leone XIV ha invocato la tradizionale tregua olimpica come strumento di speranza e simbolo di un mondo riconciliato. Può effettivamente essere un segno profetico per porre fine alla prevaricazione, all’esibizione della forza e all’indifferenza del diritto.
La Chiesa, ovunque si trovi, cerca sempre di operare per la pace e la concordia tra i popoli. Leggendo le pagine sul Giappone incontreremo gli interventi dei vescovi nipponici formulati per l’80° anniversario delle bombe atomiche, nel 2025. “Hiroshima e Nagasaki non sono solo eventi del passato, ma moniti permanenti contro ogni logica di violenza. Hanno denunciato con chiarezza il crescente riarmo del Giappone e del mondo, affermando che la sicurezza non può essere costruita sull’accumulo di armi, ma sulla fiducia reciproca, sul dialogo e sulla cooperazione internazionale. Hanno richiamato la responsabilità morale di mantenere viva la memoria delle vittime e di educare le nuove generazioni a una cultura della pace, opponendosi alla tentazione - sempre più diffusa - di considerare la guerra come opzione inevitabile”.
È l’orientamento che papa Leone ha voluto dare al Corpo Diplomatico del Vaticano. In una lettera per il 325° anniversario della Pontificia Accademia Ecclesiastica, il papa ha esortato i futuri diplomatici vaticani a essere costruttori di ponti, definendo il loro servizio come “arte evangelica dell'incontro” e “carità pensante”; è vocazione a riconciliare dove si erigono muri e diffidenze. Questo stile richiama la necessità di abbattere barriere, diffidenze e paure, costruendo relazioni in un contesto globale segnato da divisioni e conflitti, animati da una “carità pensante” che non cerca vincitori o vinti, ma che ricompone legami autentici. Tutto questo alimentato da “una forte dimensione di preghiera”. Il Papa ha invitato i futuri diplomatici a operare per una Chiesa umile, vicina a chi soffre e agli scartati, promuovendo la fratellanza tra le nazioni.
Dello stesso tono è stato anche il discorso che il Segretario di Stato, cardinal Pietro Parolin, nella sua lectio magistralis alla Pontificia Accademia Ecclesiastica dal titolo “Pace e giustizia nell’azione della diplomazia della Santa Sede di fronte alle nuove sfide”, mostra che il diplomatico è qualcuno che si confronta “con le ansie di giustizia e i desideri di pace della famiglia umana”. Si vive infatti in un contesto che ha perso di vista la stabilità, la pace, lo sviluppo economico e sociale basandosi “solo sulla forza delle armi o alla volontà di potenza”, mentre viene meno l’intesa e la collaborazione secondo i cardini fissati dal diritto internazionale. “Di questo dobbiamo prendere atto, afferma Parolin, e non solo come spettatori, magari con qualche nostalgia del mondo che fu, ma per essere pronti ad operare come protagonisti”.
Infatti, la sfida nella situazione attuale è quella di “saper offrire una visione di futuro fatta di riflessioni, di idee e possibilità concrete per garantire la sicurezza alimentare, sanitaria, educativa, ambientale, energetica e religiosa”, elementi questi che costituiscono il vero bene comune per ogni comunità.
Se la relativizzazione del diritto internazionale e la conflittualità quale unico metodo per governare porta inquietudine e insicurezza, “va superato, dice il papa, quel senso di impotenza che si trasforma in angoscia di fronte a un uso della forza che distrugge le aspirazioni dei popoli”.
Ad alimentare la speranza è la “Luce che viene dal Risorto e l’impegno di portare la Buona Novella a tutte le genti, anche in condizioni fortemente limitate e soggette alle forme più diverse di violenza e di illegalità”. Questi orientamenti sono anche la missione di ogni uomo e donna di buona volontà, cristiani e non, credenti e non, perché l’opera della Pace, che costituisce il cuore del Vangelo, è impegno per tutti.







