Quelle Storie di Salvezza…
C’è un Vangelo che non è scritto, ma molto spesso si srotola davanti ai miei occhi nell’ascoltare i racconti o le parole sussurrate dai sofferenti o dai malati al termine della loro esistenza. Compito del prete credo sia proprio questo: scorgere nei racconti di vita delle persone che stanno per compiere il loro esodo, il loro passaggio, la loro Pasqua, brandelli di vangelo e ridirglielo affinché possano interpretare e rileggere la loro storia come Storia di Salvezza.
Per questo è necessario sapere ascoltare: per intravvedere il filo di luce, magari in tanto buio, che può condurre all’approdo di una speranza o per accogliere una richiesta celata di riconciliazione. In molti casi non sono le parole del sacerdote a consolare il malato, ma egli, il sofferente, si sente consolato nel sapere che c’è un prete che è lì e lo sta ascoltando. Più di una volta mi è capitato di sentirmi dire: Grazie per le sue parole! Nonostante le mie parole fossero state assai poche, scarne ed estremamente banali. Là dove si innesca questa confidenza, potremmo dire spirituale, tra il presbitero e il malato, ho avuto spesso la sensazione che io fossi, ovviamente, lì per lui e per portargli quel supporto spirituale che fosse di beneficio a tutta quanta la sua persona. Ma, nel medesimo tempo, che lui in quel momento fosse lì anche per me, ad interpellare la mia vita, per ricordarmi ciò che conta e ciò che è essenziale.
Paradossalmente, questa esperienza di apprendimento, per me, si realizza in particolare in quei silenzi lunghi, imbarazzanti e difficili da reggere, in cui la mia umanità si sente smarrita e impotente e fa i conti con la verità della vita, proprio come credo avvenga, con un’intensità maggiore, nella persona giunta al termine del suo percorso terreno. È qui che si realizza una sorta di comunione e di solidarietà che ci fa sentire meno soli, tutti e due, di fronte al tremendo e luminoso mistero della morte e i sacramenti che vengono celebrati al letto-altare degli ammalati non sono altro che una conferma e un sigillo di questo potente sodalizio che si viene a creare tra Dio, ammalato e sacerdote: Cristo incontra Cristo.
La sostanza della consolazione, quindi, non risiede primariamente nelle parole che proferiamo: ciò che è determinante in quest’opera spirituale credo sia innanzitutto “stare” con chi è nell’afflizione. Tale atteggiamento non comporta immediatamente il nostro parlare, ma può richiedere il silenzio e non significa dare scarso valore alla Parola ma, al contrario, dare maggiore forza e pregnanza alle nostre parole. Affinché la Parola torni ad avere forza, valore, capacità terapeutica è necessario lasciarla macerare nel silenzio. Lo stesso verbo “consolare” ci richiama l’atteggiamento che dobbiamo sostenere: stare con chi è solo nella sua afflizione, nel deserto del suo dolore.
Così aveva sottolineato papa Benedetto XVI nella sua enciclica sulla Speranza: “Accettare l'altro che soffre significa, infatti, assumere in qualche modo la sua sofferenza, cosicché essa diventa anche mia. Ma proprio perché ora è divenuta sofferenza condivisa, nella quale c’è la presenza di un altro, questa sofferenza è penetrata dalla luce dell'amore. La parola latina consolatio, consolazione, lo esprime in maniera molto bella suggerendo un essere-con nella solitudine, che allora non è più solitudine” (Spe Salvi 38).








