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Caro direttore,

avrà letto la polemica scatenata dalla notizia pubblicata sul settimanale statunitense Newsweek. Nel carcere di Guantanamo, le guardie avrebbero gettato pagine del corano nel secchio degli escrementi, per umiliare i detenuti islamici. Il settimanale ha dovuto chiedere scusa e smentire la notizia, mentre il giornalista ci ha rimesso le penne. I musulmani invece, non chiedono mai scusa quando umiliano i cristiani e il Crocefisso. Che ne pensa?

  • Rodolfo, via E-mail

Caro Rodolfo,

ho letto la notizia su Newsweek del 2 maggio scorso e ho seguito la vicenda. Le reazioni hanno causato decine di morti in Pakistan e in Afghanistan; ma le reazioni sono state forti in tutte le comunità islamiche. Alla fine, chi ci rimette in questi casi sono cristiani innocenti, che rispettano bibbia e corano e che vogliono convivere in santa pace.

Non è ammissibile che un musulmano offenda la nostra religione, disprezzi la nostra fede e i segni che la esprimono. Sono gesti da condannare. Altrettanto, non è ammissibile che, per un qualunque motivo, si offendano i sentimenti religiosi dei musulmani o di altri credenti, si disprezzino le cose più care della loro fede. I musulmani, in particolare, hanno grande venerazione e rispetto per il testo del corano, che considerano rivelazione di Allah. Il libro sacro ha sempre, nelle moschee e nelle case, un posto privilegiato a parte, non tra gli altri libri o sotto altre cose. Ogni anno celebrano la notte del dono del corano, pregando e digiunando. Ma, in fondo, chi non sa rispettare la fede altrui, non rispetta neppure la fede propria.

Si può dubitare dell’opportunità di pubblicare una notizia del genere, sapendo che non sarebbe passata inosservata e che avrebbe causato reazioni contro chi - con il fattaccio - non c’entra. L’errore, tuttavia, non è del giornalista né del giornale. L’errore è di chi ha commesso il fattaccio, urtando i sentimenti religiosi dei detenuti. Invece, alla fine, ci ha “rimesso le penne” - come lei dice - proprio il giornalista che ha svelato il fattaccio di Guantanamo. In quel carcere speciale hanno fatto questo ed altro. Ne sappiamo solo una minima parte. Come succede, del resto, in tante altre carceri e campi di concentramento dove c’è guerra. E dove i giornalisti non possono entrare né scrivere. In Paesi d’Africa, d’America, d’Asia e di Europa.

Noi missionari crediamo e difendiamo il dovere - diritto alla giusta informazione. Il vangelo stesso è “notizia”, e sentiamo il dovere - diritto di darla a tutti. Sappiamo anche quanto possa essere rischioso questo lavoro che, più che un mestiere, è vocazione e missione. Nel 2004, sono stati 56 i giornalisti uccisi; altri 19 sono scomparsi; 124 sono stati imprigionati. Kofi Annan ha detto che “molti giornalisti vengono perseguitati, imprigionati e uccisi a causa del loro indispensabile lavoro”. Sono i martiri dell’informazione.

  • p. Marcello, sx


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