Perché ci hai fatto questo?
“Il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. Credendolo nella carovana, fecero una giornata di viaggio, e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme. Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai dottori, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte. Al vederlo restarono stupiti e sua madre gli disse: ‘Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo’. Ed egli rispose: ‘Perché mi cercavate? Non sapete che io devo stare nelle cose del Padre mio?’. Ma essi non compresero le sue parole. Partì dunque con loro e tornò a Nàzaret e stava loro sottomesso. Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore” (Lc 2,43b-51).
Dicono i rabbini che nei giorni della creazione, di dieci porzioni di bellezza, Dio ne attribuì nove a Gerusalemme e una al mondo; di dieci porzioni di scienza, ne diede nove a Gerusalemme e una al mondo; di dieci porzioni di dolore, ne consegnò nove a Gerusalemme e una al mondo. Gerusalemme è il compendio di tutta la bellezza, di tutta la scienza, ma anche di tutto il dolore del mondo. Dalla collina di Sion, come dice il Salmo 87, sono nati tutti i popoli della terra e, da lì, in qualche modo, Luca sembra voler far sgorgare anche l’identità di Gesù. Nel tempio, durante la circoncisione, riceve il nome di Gesù, così come lo aveva stabilito l’angelo Gabriele. Da allora in poi, ogni anno, come buon ebreo, “è condotto” a Gerusalemme dai genitori per celebrare la Pasqua.
Ma, arrivati i dodici anni, succede qualcosa di inaspettato, quasi scandaloso: se ne va in giro per la città senza avvisare i genitori. Gesù non è più un bambino, è un adolescente che assapora le prime voglie di libertà e cerca di volare con le proprie ali. È uno strappo doloroso, umanissimo, eppure necessario. Maria e Giuseppe non sanno come spiegarselo. Era sempre stato un ragazzo obbediente e saggio, che non aveva mai dato problemi! Presi dall’angoscia, lo cercano dappertutto, come tanti genitori di oggi quando vedono i figli smarrirsi negli anfratti di una società spietata.
Fa male al cuore vedere questi due pellegrini del nord della Galilea, farsi strada spaesati tra la fiumana di gente che si riversava nelle stradicciole della grande metropoli. Un’accozzaglia di domande, di rimproveri, di sensi di colpa tormentano i loro cuori e, quando finalmente lo trovano nel tempio, è Maria, e non Giuseppe, quella che si fa carico di esprimere tutto il suo sconcerto: “Figlio, perché ci hai fatto questo?”. Pur nel dolore e forse anche nella delusione, vuole capire. Non aveva dubitato di scandagliare l’anima di un angelo: “Come è possibile se io non conosco uomo?” e poi, dopo quel “tutto è possibile a Dio” si era arresa alla sua Parola. Si trova ora di fronte allo stesso mistero, che pure aveva custodito nel cuore, e, ancora una volta, cerca di comprendere.
“Non sapevate che devo stare nelle cose del Padre mio?”. Gesù, il Dio che per farsi carne nel suo seno di donna aveva atteso trepidante il suo consenso, ora è lì a ricordarle che anche per lui è giunto il momento di dire sì all’identico mistero. Tornerà a Nàzaret, vivrà sottomesso fino ai trent’anni, in assoluto silenzio, dice Luca, ma ormai l’episodio del tempio ha aperto uno squarcio inquietante sul suo futuro. Quel “devo stare nelle cose del Padre mio” lo condurrà fino al Golgota, e poi, una volta resuscitato, sulla strada di Emmaus a fianco dei discepoli. Anche lui, come Maria, forse ci sta cercando angosciato per sapere in quali anfratti siamo andati a ficcarci lontani dal suo sguardo.







