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Pastorale popolare: Per fiume, terra e cielo

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Sbarcati ad Abaetetuba, la prima preoccupazione dei saveriani fu come proseguire l'assistenza religiosa che era stata garantita da qualche raro sacerdote. Quando sono arrivato io (agosto 1964), in città c'era solo p. Vincenzo Mitidieri e la pastorale era caratterizzata da Messe, confessioni, visite ai malati, catechismo e "desobriga".

Le visite periodiche alle comunità

"Desobriga" vuol  dire visita periodica alle comunità delle isole e della foresta, che si svolgeva in occasione della festa del patrono, una volta l'anno. Viaggiando lungo i tanti fiumi e canali, si arrivava nei villaggi, andando da una comunità all'altra e fermandosi il tempo necessario per prendersi cura dei fedeli. L'arrivo del missionario era annunciato dai petardi.

Visitavamo i malati più gravi, parlavamo con le catechiste, celebravamo la Messa e i sacramenti, davamo qualche orientamento alla comunità... A sera, stanchi, non pensate che potessimo finalmente dormire! Per la gente era tempo di festa, e la notte trascorreva al ritmo di musica sparata dagli altoparlanti e... tanta birra. Terminata la visita, si partiva per un'altra avventura: un'altra comunità, altri fedeli e tutto cominciava di nuovo.

Faceva tutto il missionario...

Nella mentalità dei nostri fedeli, la liturgia era compito esclusivo del missionario. Loro partecipavano, ma non muovevano un dito. Un giorno ho chiesto alla gente: "Durante l'anno, quando il prete non c'è, chi dirige la comunità?". Timidamente mi indicarono una signora. "Perché, mentre io confesso o visito qualche malato, lei non anima la comunità?". Si guardarono in faccia stupiti. Non è stato facile, ma poco alla volta hanno cominciato a cantare, a pregare ed è persino apparso qualche strumento musicale. In breve, la celebrazione diventava "solenne"!

Non c'erano residenze per il missionario, che veniva ospitato nella casa di qualche buon cristiano, oppure in sacrestia. Era necessario preparare una casetta, ma non è stato facile convincere la gente, che spendeva tutto per la festa del patrono. Anzi, si potrebbe dire che la festa terminava quando finivano i soldi. Alla manutenzione della chiesa, alla residenza e ad altre opere sociali, la gente proprio non ci pensava. "Chiedi aiuto all'estero!", mi dicevano.

Una prima "vittoria" l'abbiamo ottenuta quando si è trattato di costruire il "Collegio San Francesco Saverio" in Abaetetuba, sognato e realizzato da p. Vincenzo Mitidieri per accogliere i giovani e dare loro l'educazione scolastica.

Né strade, né luce!

Quando sono arrivato ad Abaetetuba, non c'erano ancora le strade. L'unica percorribile era quella, piena di buche e fango, che collegava la città con Nossa Senhora do Tempo, un piccolo porto dove attraccavano le imbarcazioni che arrivavano da Belém. Da qui si prendeva un camion che portava verso la città, un viaggio di circa 60 chilometri.

L'elettricità era prodotta da un generatore solo nei centri più grandi e solo per qualche ora della notte. In Abaetetuba l'energia c'era dalle 18 alle 21 e solo per l'illuminazione. Era proibito usare qualsiasi apparecchio (frigorifero, televisione, giradischi...). Se qualcuno abusava, il generatore non resisteva. Allora gli operatori slacciavano una parte della città, e poi riallacciavano alzando il voltaggio e bruciando gli apparecchi "abusivi". Una volta ci hanno bruciato tutte le lampade della chiesa...

L'aeroplano del vescovo!

I viaggi erano lunghi, spesso avvenivano a piedi nei fangosi sentieri della foresta o in canoa lungo i fiumi. Il vescovo mons. Gazza sognava un piccolo aereo che potesse superare le immense distanze con rapidità. Grazie a p. Morandi ottenne un piper dall'aeroclub di Londrina (Paraná). Ci voleva un pilota e pensarono a me che avevo ottenuto il brevetto a Torino.

L'aereo era piccolo: due posti stretti. Il motore partiva "lanciando" l'elica; sul finestrino c'era l'acceleratore manuale; in basso la cloche che, assieme ai pedali, determinava la direzione dell'aereo. Con questo mezzo, ho accompagnato più volte il vescovo in visita alle comunità. Abbiamo vissuto anche qualche avventura, per i venti, le piogge e la mancanza di bussola.

Ricordo l'8 marzo 1965. Era giunta al vescovo la notizia della morte della mamma di p. Giovanni Angius. Il viaggio via fiume sarebbe durato due giorni, e mons. Gazza decise: "Andiamo con l'aereo". Pensammo di seguire il corso dei fiumi. Ma le nuvole erano basse e non potevo avere una visone ampia. Puntai l'aereo su Mojù, poi seguii il fiume verso Belém e alla foce cominciai a seguire il rio Acará nel suo corso sinuoso, in direzione Tomé-Açu. Qui p. Giovanni venne a prenderci con la jeep. Ripartimmo il giorno dopo quando il cielo era più limpido.

Durante il concilio Vaticano II, quando il vescovo era a Roma, l'aereo fu lasciato presso l'aeroclub di Belém. Un pilota venne ad Abaetetuba con il nostro aereo per visitare la fidanzata. Era accompagnato da un bambino di 9 anni. A un certo punto, cominciò a fare acrobazie proprio sopra la mia testa, mentre io osservavo preoccupato. Cadde come una pietra, uccidendo pilota e bambino! Così è finito il sogno dell'aereo vescovile.

In cinquant'anni il progresso è stato notevole in tutti i campi. Ma c'è ancora tanto spazio per evangelizzare.

C'è qualcuno che vorrà avventurarsi in questa misteriosa Amazzonia? La messe è grande e pochi sono ancora gli operai.



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