Passare le vacanze in missione, In Messico con i giovani veneti
In agosto sono tornato in Messico, il paese dove ho speso gran parte della mia vita. Questa volta però mi sono trovato in una realtà che conoscevo poco: la missione di Santa Cruz, nello stato di Hidalgo, a nord-est di Città del Messico.
L'occasione mi è stata offerta da un gruppo di otto giovani, impegnati nell'evangelizzazione delle diocesi di Verona e Vicenza, che mi avevano chiesto di accompagnarli.
Il caldo umido di Santa Cruz
Arrivati a Città del Messico, non poteva mancare la visita alla Vergine di Guadalupe. Ci siamo consacrati a lei e, dopo due giorni, dai 2.400 metri d'altitudine siamo piombati nel caldo umido e sotto il sole cocente di Santa Cruz.
La missione è stata iniziata dai saveriani nel 1974, ma sembra che il tempo si sia fermato e lo sviluppo economico non abbia toccato quelle zone. La popolazione indigena, molto accogliente, ospitale e sempre sorridente, è discendente degli aztechi. Quando i saveriani sono arrivati, non c'erano strade né acqua né corrente elettrica, e tutti vivevano in capanne.
Il linguaggio della solidarietà
Siamo stati accolti con grande affetto da p. Gerardo Olmos, il parroco, e da p. Angelo Milan. Subito abbiamo organizzato il lavoro da fare: visita alle diverse comunità e alle famiglie, in gruppi di tre o quattro. I catechisti ci hanno aiutato traducendo dallo spagnolo in lingua locale. Il linguaggio dell'amore e della solidarietà era quello che più ci univa a questi nostri fratelli. Con vero spirito missionario e tanta umiltà, abbiamo intessuto relazioni vicendevoli e abbiamo imparato da loro tante cose.
La giornata era bene organizzata, secondo le indicazioni di p. Gerardo. Abbiamo visitato le comunità indigene più lontane con una camionetta aperta, che ci raccoglieva e portava per strade sterrate, con buche spesso piene della poca acqua che il Buon Dio regala per i campi assetati.
Un entusiasmo contagioso
La missione di Santa Cruz è composta da oltre 30 comunità. Alcune sono abbastanza numerose, altre hanno poche famiglie (60 o 70). Per raggiungere le più lontane impiegavamo circa un'ora. La visita alle famiglie occupava l'intera mattinata.
Siamo stati sempre accolti con tanta ospitalità all'entrata delle case, fatte di fango o con mattoni scoperti. Tra un bicchiere d'acqua e una coca cola, facevamo due chiacchere con la famiglia. Invitavamo per il pomeriggio i bambini; poi, più tardi, gli adulti per la Messa e i canti comunitari. I giovani erano pochi perché, dopo la scuola dell'obbligo, partono per le grandi città in cerca di lavoro.
Abbiamo pranzato nelle case della gente. Il menù non sempre coincideva con i gusti nostrani, ma i giovani si sono adattati alla situazione, condividendo il cibo che ci dava la gente con generosità. Dopo un breve riposo, ecco arrivare i bambini sempre numerosi con i quali cantavamo, facevamo un breve catechesi e poi giocavamo. I nostri giovani si sono impegnati con entusiasmo e mi hanno fatto apprezzare la vocazione e la vita missionaria.
Lezione di fede e umiltà
La sera, la chiesetta della comunità si riempiva di gente. Con i canti e le danze tipiche del luogo, terminavamo la nostra giornata per fare ritorno al centro, stanchi ma contenti di aver imparato da questi fratelli la grande lezione della semplicità, della povertà, dell'umiltà, ma soprattutto la grande lezione della fede semplice, della preghiera comunitaria e della grande devozione alla Vergine di Guadalupe, la cui immagine vedevamo anche nelle case più povere.
Ringrazio di cuore Elena, Chiara, Federica, Giorgia e Danny, Emmanuele, Matteo e Christian che mi hanno dato l'occasione per tornare al mio primitivo entusiasmo, quando nel lontano 1966 sbarcavo nel Messico sconosciuto, ricco di fede e fiducia nel Dio che tutto provvede.








