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Padre Uccelli - Vox populi, voce di Dio

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Padre Uccelli cinquant’anni dopo

È mattino: il grande mattino dell’incontro. I lineamenti fissi nel volto del “padre” e le palpebre chiuse riflettono la  luminosità ultraterrena del servo fedele arrivato all’incontro con la lampada accesa. Il tempo è come una vigilia di ieri e non ha tregua negli interventi di grazia di chi già contempla il volto del Padre celeste.

Non cessa lo snodarsi di passi fiduciosi alla tomba dell’umile missionario; non si esauriscono le invocazioni e le suppliche, le testimonianze di eventi meravigliosi.

Dall’Emilia alla Cina

Dieci lustri hanno defilato da quel 29 ottobre del 1954. Le voci si sono diffuse, ingigantite, sfociate nel processo diocesano, chiuso con migliaia di pagine di testimonianze, trasmesse a Roma.

Il padre Bove, francescano, promotore della causa di beatificazione in Vaticano, afferma che questa è limpida, senza alcun ostacolo e che la figura di padre Pietro Uccelli merita di essere più conosciuta e divulgata.

La sete inesauribile dei santi del papa Giovanni Paolo II arriverà in tempo? Seguiamo questo esile prete di Reggio Emilia scendere dai suoi monti. Vinto lo scontro con la curia, egli finisce tra le braccia del beato Guido Conforti, fondatore dei saveriani.

La Cina immensa lo ingoia; la sua sete di martirio è solo sfiorata. Padre Pietro si rivela un instancabile apostolo dei poveri, alla ricerca di bimbi abbandonati. Vince pure una contesa con Beelzebul su una donna posseduta.

E - guarda caso - un magnate cinese di Shangai gli confida il segreto di un munifico protettore: san Giuseppe. A lui aveva affidato tutte le attività nella sua grande industria, i cui proventi sostenevano ospedali e scuole, fondate dallo stesso Lo Pahong. Da allora san Giuseppe e padre Uccelli formano un binomio inscindibile.

Il missionario di Vicenza

Dopo 14 anni di Cina, il fondatore richiama padre Uccelli in Italia. La città intera di Hsianghsien, compreso il mandarino, si mobilita per salutarlo. Viene destinato superiore della nostra comunità di Vicenza, appena aperta, carica di debiti e con 40 aspiranti missionari da sfamare.

Padre Pietro nomina san Giuseppe economo ufficiale della casa e da quel momento non sbaglia un colpo. La terra dei mandarini rimane solo nel cuore del padre “Fong” (uccelli in lingua cinese). Lui si trasforma in missionario nel suolo veneto. Passa a Vicenza 35 anni, ricchi di gemme.

Ma come svelare le notti di veglia del padre, dallo spioncino della sua stanza rivolto verso l’altare? Le primizie dell’alba lo trovano in ginocchio, tutto solo, in cappella.

La voce del popolo…

Una foto-camera non lo ha ripreso all’interno dei vecchi portici, intento a confortare, a dare sollievo e aiuto ai miseri – la mano benedicente, accanto alla piccola statua del taumaturgo compiacente. Il flash non ha fissato le lacrime asciugate, gli spiriti rinati, i passi rinfrancati al commiato e la gioia del perdono dipinta nel volto.

Nessuno, appostato, ha colto la scarna sagoma dalla barbetta bianca, sulla mitica bici munita di rosario, nel suo interminabile girovagare, ispirato dall’alto.

Ma parla la gente e non si può coprirne il suono persistente e la scia luminosa che guida alle spoglie venerate, sull’attenti per l’ultimo mattino. Quel 29 ottobre: la chiesa di san Rocco, con la folla straripante sul piazzale, non indicava un funerale, ma un andare a nozze.

Giusto dopo 50 anni: sono le nozze d’oro, nell’attesa da Roma della corona di gloria.



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