Padre Fiore D’Alessandri
In memoria del missionario di Montopoli
Conservo un ricordo molto vivo di “don Fiore”, fin dal primo incontro, quasi cinquant’ani fa, nell’estate del 1956, al termine della seconda media. Ero in seminario a Magliano Sabina. Terminata la scuola, come di consuetudine, i seminaristi passavano l’estate nella “Villa” di San Valentino, un piccolo borgo tre chilometri sopra Poggio Mirteto, in provincia di Rieti.
La meditazione, la preghiera e la Messa; un po’ di studio e di ripasso e poi, il teatro, il gioco e tante passeggiate tra le colline attorno, riempivano le nostre giornate. Una volta la settimana, facevamo una gita più lunga, per mezza giornata o tutto il giorno, naturalmente a piedi.
I cocomeri di don Fiore
La gita fino a Montopoli Sabina era sempre in programma, ogni estate, da quando don Fiore era parroco. D’accordo, Montopoli era il monte della gente laboriosa (mons operis); il monte delle ricchezze della terra (mons opuli), con oli e vini di alta qualità; un paese caratteristico per le sue porte, torri e mura medievali; il colle da cui si contempla l’abbazia benedettina di Farfa e il monte Soratte, al di là della bella valle del Tevere; il paese di un grande cardinale…
Ma per noi ragazzi, il vero motivo per cui ci mettevamo in strada volentieri fino a Montopoli era di tutt’altro genere. Lì c’era un prete un po’ strano: un’andatura alla curato d’Ars, con quella tonaca più annerita che nera, e quegli scarponi enormi e pesanti in piena estate; ma il volto era alla don Bosco, accogliente e sorridente.
E poi, al nostro arrivo in paese, immancabilmente si creava un via vai allegro che culminava con cinque enormi cocomeri, tagliati a fette e da noi ragazzi divorati in pochi minuti.
Sento ancora l’acquolina in bocca! Don Bosco lo conoscevamo bene: un suo bel quadro era nella chiesa del seminario; il rettore mons. Mortin ci parlava spesso di lui e ci diceva che era stato rettore del seminario sabino.
Prete per il mondo
Don Fiore era per noi un prete simpatico: povero in canna, perché a sé non badava mai; ma per gli altri si faceva in quattro; senza strafare, senza apparire, ma con quella normale modestia che caratterizza il “servo fedele” del vangelo. Sentivamo parlare della sua grande austerità, della sua tanta preghiera, del suo modo di predicare semplice e schietto.
Sentivamo parlare anche del suo impegno al fianco dei contadini e allevatori; per migliorarne la situazione, incoraggiava la formazione di cooperative…
Ma a don Fiore la bella Montopoli stava stretta. Da anni insisteva perché il vescovo lo lasciasse partire per le missioni. Così, senza saperlo, ci ritrovammo a fare il noviziato dai missionari saveriani lo stesso anno, ma in due luoghi diversi, perché quell’anno (1964) eravamo in tanti: don Fiore nel noviziato di San Pietro in Vincoli (Romagna) e io in quello di Nizza Monferrato (Piemonte). Il 3 ottobre 1965 ci ritrovammo a Parma, uno accanto all’altro, per prendere l’impegno di vivere la vita religiosa missionaria come saveriani. Se ben ricordo, quell’anno i nuovi saveriani eravamo ben 103!
Povero per i poveri
Don Fiore - da quel giorno padre Fiore - missionario in Burundi, entrò subito in simpatia con gli africani, che amò tanto e aiutò in tutti i modi, senza calcoli né risparmi. Ci teneva a insegnare loro il vangelo e il catechismo; costruì scuole, ambulatori, case, chiese, cooperative…, più ancora di quando era ancora don Fiore, a Montopoli in Sabina.
Impossibile fargli capire che doveva anche “badare a se stesso”; che non doveva trascurare la salute; che è meglio un… “don Fiore vivo che un dottore morto”. Il primo luglio del 1992, nel pomeriggio, all’età di 67 anni, padre Fiore era passato all’altra vita silenziosamente, nella sua stanza della missione di Gisanze. La sua salma riposa lì, in mezzo alla gente che aveva tanto amato e servito, per 26 anni, fino alla fine.








