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A circa due mesi dalla sua morte (5 marzo 2026), vogliamo ricordare p. Alessandro Galeani (nativo di Albano Laziale - Roma) attraverso la testimonianza di due Saveriani che hanno vissuto con lui in Giappone.

Quando, il 3 dicembre 2013, da poco nominato Superiore regionale, ho chiesto a p. Alessandro di lasciare Kobayashi dopo vent’anni di servizio, ha accolto la proposta con quella docilità che lo ha sempre contraddistinto. 

Il successivo 23 marzo sono andato personalmente a prenderlo a Kobayashi: con la sua macchina abbiamo raggiunto il porto di Miyazaki e siamo saliti sul ferry diretto a Osaka, per poi proseguire verso la Casa Regionale. Abbiamo trascorso tutta la serata nella stessa cabina, a chiacchierare con calma su ciò che lo attendeva: la sua nuova vita da “pensionato”, come la chiamava lui con un sorriso, e il ritmo diverso che avrebbe iniziato dal giorno seguente.
Per me, che iniziavo un servizio nuovo e senza esperienza, la sua presenza è stata un dono inatteso. Lui era già stato Superiore regionale anni prima e, nei momenti più critici dei primi tempi, i suoi consigli sono stati preziosi. Non erano mai invadenti, mai pronunciati dall’alto di un’autorità passata: erano suggerimenti pacati, frutto di memoria, realismo e buon senso. Bastava una frase, una sfumatura, per aiutarmi a vedere le cose con più equilibrio.

In quel primo anno alla casa regionale, le nostre conversazioni più vere avvenivano la sera, in quella mezz’ora dopo cena davanti alla TV. Un tempo semplice, quasi domestico, in cui lui si apriva con naturalezza. Parlava poco, ma quando parlava sapeva andare al punto. In quelle sere, ho imparato a conoscere la sua pazienza, la sua capacità di ascolto, la sua serenità anche nelle situazioni più delicate.
Padre Alessandro era un uomo tranquillo. Anche quando la salute iniziava a dargli filo da torcere, non l’ho mai sentito lamentarsi. Affrontava tutto con una fiducia che era già preghiera: un’accettazione serena dei limiti, vissuta senza drammi e senza pesare sugli altri. La sua presenza dava equilibrio alla casa: una luce bassa, che non abbaglia, ma permette di camminare senza inciampare.

Aveva molto tempo libero, soprattutto negli ultimi anni, ma non lo sprecava mai. Sopperiva alla solitudine con la lettura e lo studio: teologia, Chiesa, cultura, società. Era un uomo che non smetteva di imparare, curioso, attento, capace di rimanere aggiornato senza perdere la sua semplicità.
La sua docilità emergeva anche negli episodi più concreti e quotidiani. Ricordo quando gli chiesi di rinunciare alla guida dell’automobile e alla patente. Non era una richiesta facile, perché significava toccare un pezzo di autonomia. Eppure lui accolse anche quella decisione con il suo stile: un sorriso, una battuta leggera, e poi un semplice “va bene così”. Era il suo modo di dire che la vita va accolta, non combattuta.

Nel suo primo anno alla Casa Regionale era ancora disponibile ad aiutare nel ministero. Non cercava ruoli, non pretendeva nulla, ma offriva ciò che poteva con generosità tranquilla. Era una presenza affidabile, discreta, che faceva bene alla comunità.
Negli ultimi anni la sua salute si era indebolita, ma la sua serenità è cresciuta. La sua stanza era diventata un luogo di pace: entravi e percepivi che la sua fiducia nel Signore era più forte della fragilità del corpo. Quando si è spento, il 5 marzo, sembra lo abbia fatto nello stesso stile con cui aveva vissuto: senza clamore, con semplicità, quasi accompagnato dalla presenza e affetto di quanti lo avevano assistito negli ultimi anni da “allettato”.

Di p. Alessandro mi resta soprattutto la gratitudine. Per la sua bontà quotidiana, per la sua docilità, per la sua fede senza rumore. È stato un compagno di strada che ha fatto bene alla nostra comunità e anche a me. La sua vita, così discreta e fedele, continua a parlarci. Ci ricorda che la missione si costruisce con gesti piccoli e costanti e che la santità può avere il volto di una bontà silenziosa.



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