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La nostra comunità si è riunita agli inizi di ottobre per la programmazione dell’anno 2025-26. Era presente anche il Superiore Regionale dei Saveriani d’Italia mons. Natale Paganelli. Insieme a lui è arrivato anche p. Luigi Brioni, nuovo confratello che si aggiunge alla nostra Comunità. Abbiamo approfittato dei momenti liberi per fargli qualche domanda e conoscerlo meglio.

Ci racconti un po’ la tua storia… 
Sono nato nel 1938, prima della guerra, nel cremonese. Ho perso la mamma all’età di 5 anni. Per questo, uno zio prete, fratello di mio papà, mi ha preso in custodia come suo figlio. Sono andato con lui a Cremona dove era vicario alla cattedrale e lì ho vissuto due anni. Poi ci siamo trasferiti a Commessaggio dove lo zio era diventato parroco. Lì ho fatto una parte della scuola elementare e mi sono fatto dei grandi amici. Quegli anni sono stati anche un tempo spirituale molto intenso: facevo il chierichetto e ho sempre avuto una grande voglia di fare il prete. 

E così è successo?
All’età di 11 anni, com’era consuetudine allora, sono entrato nel seminario vescovile di Cremona e lì ho fatto i miei 8 anni di formazione seminaristica. Nel frattempo, avevo maturato il grande desiderio di diventare missionario e mi ero messo in contatto con i Saveriani, soprattutto con p. Gardini. Alla fine del liceo ho preso la decisione di entrare tra i Saveriani.

Li conoscevi bene?
In realtà, non sapevo che i Saveriani fossero anche religiosi. Così, dopo un po’ di scombussolamento anche mentale, mi è piaciuto ci fossero anche i voti di obbedienza, castità e povertà. Infatti, il maestro dei novizi proprio qui a San Pietro in Vincoli sede del noviziato, mi ha tolto fino all’ultimo centesimo dalle tasche. Ho concluso il noviziato con la professione religiosa nel 1958 e poi sono andato a Parma per i quattro anni di teologia. Sono stato ordinato presbitero nel 1961. 

Prima missione oltreoceano…
Il Superiore Generale mi ha mandato negli Stati Uniti per imparare l’inglese, come avevo chiesto. In America ho trascorso 6 anni consecutivi; con un altro confratello abbiamo fatto il viaggio in nave perché in quel tempo l’aereo era troppo caro. Ho passato 3 anni vicino a Boston poi altri 3 anni vicino a San Francisco. Mi sono laureato in storia e poi finalmente nel 1968 sono stato destinato alla missione della Sierra Leone. 

Hai vissuto tanti anni in Sierra Leone!
Sono arrivato in Sierra Leone il 2 luglio 1968 e, dopo un breve periodo, sono stato assegnato alla missione di Kambia per insegnare nella scuola secondaria e tre anni dopo sono diventato anche preside. Un periodo bello e intenso: il primo amore della mia vita e della missione. Ho stabilito con gli studenti un rapporto profondo e che dura anche oggi. Infatti, poche settimane fa i vecchi studenti mi hanno perfino fatto festa per il mio addio alla Sierra Leone. In totale sono stati 57 anni, con alcune pause fuori in Kenya e in Gran Bretagna, ma la parte maggiore della mia vita l’ho vissuta lì con vari ruoli: prima nella scuola, poi direttore del centro pastorale diocesano, e ancora superiore religioso dei Saveriani per sei anni. Sono tornato per una breve pausa in Italia e al rientro in Africa sono stato parroco in varie missioni. 

Che cosa ti porti nel bagaglio?
Per me la missione della Sierra Leone è sempre stata una grande ricchezza, un grande tesoro proprio per il rapporto con le persone in un cammino di vita importante. Non ho mai obbligato nessuno ad essere cristiano, ma ho sempre proposto i miei valori cercando di testimoniarli con l’esempio. Così, tante persone a partire da queste testimonianze hanno chiesto il battesimo. Una delle cose che mi piace ricordare è che molti hanno scelto il nome Luigi (o Luisa, come mia mamma) da dare ai propri figli.

Ci sono stati momenti duri? 
Sembra paradossale, ma uno dei momenti più belli e intensi è stato il periodo della guerra: 18 mesi nella missione di Magburaka invasa dai ribelli che distruggevano, uccidevano e facevano massacri. Però, con i parrocchiani ci siamo impegnati per accogliere i settemila rifugiati registrati provenienti dai vari villaggi. È una cosa molto bella, anche per quello che può insegnare a noi italiani, perché non c’è stato bisogno di fare delle tende, ma tutti sono stati accolti nelle varie case. Li aiutavamo con un po’ di cibo o procurando qualche lavoro. Un altro momento molto intenso è stato quello come superiore religioso. Non mi è stato di peso e sono stato contento di aiutare i miei confratelli a perseguire lo scopo della missione: essere umani e fraterni, come una famiglia, come ci voleva il nostro fondatore Monsignor Conforti. 

Quali sono le sfide attuali in Sierra Leone?
Fino a quando ho lasciato la missione, ho sempre vissuto la mia missionarietà come il primo giorno, cercando cioè di essere fratello di tutti e insistendo sulla dignità di ogni persona e sulla fraternità. Poi, dal punto di vista missionario ho sempre cercato di presentare Cristo, il figlio di Dio, incarnato, crocifisso e risorto. Un’altra caratteristica è stata il rapporto con i musulmani, fatto di amicizia, rispetto e preghiera con tanti sia a scuola che al mercato e nei negozi. Questo mi è stato particolarmente riconosciuto anche dai miei studenti; quelli a cui ho insegnato all’università in questi ultimi due anni mi hanno apprezzato per l’universalità e il rispetto con cui mi intrattenevo con loro. Quindi, la stima e il dialogo sono le sfide di oggi. 

L’Italia oggi è terra di missione…
Rientrando fa sempre una certa impressione constatare come tante persone non siano interessate alla presenza di Dio nella loro vita. È tutto focalizzato sulle cose di questa terra. Ho lasciato i miei studenti con una frase in inglese che dice così: “Io non sono quello che ho”. Invece, qui mi sembra che quello che possediamo sia l’unico interesse, l’unico tesoro. Però, come persona formata secondo i principi del nostro Fondatore, cerco di essere anche qui fratello di tutti, accettando le paure, le domande, i timori e avere con loro un rapporto di fraternità, un rapporto di famiglia di Dio. Ecco, è così che la missione continua. Si può evolvere nelle modalità però il valore fondamentale rimane sempre quello: il rapporto basato non su quello che abbiamo ma su quello che siamo. Siamo fratelli e sorelle in Dio e così andiamo avanti cercando di voler bene a tutti.

Vuoi salutare lettori e lettrici?
Certo, continuate ad essere con noi! Continuate a donarci sostegno e amicizia, sostenendo l’impegno che noi missionari portiamo avanti anche a nome vostro. Senza di voi, la missione sarebbe quasi impossibile. Nutrite una visione della vita che non sia limitata solo alle cose immediate, ma che abbia una dimensione globale e universale. Questo è il mio augurio e la mia preghiera.



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