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P. Barbini: Da Vicenza la partenza, a Vicenza il ritorno

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P. Fausto Barbini, classe 1918, marchigiano di Ancona, terra di gente abituata alla fatica e alla parsimonia; gente che sa infiorare la vita con un leggero tocco di ironia: lo noti dalla piega delle sue labbra. P. Fausto vanta 50 anni di vita missionaria in Giappone, ma non parla volentieri di quanto ha seminato e raccolto. Ha solo il rimpianto di non potersi prodigare in servizio agli ultimi. Si è bene adattato alla nuova dimora: Vicenza.

La prima chiamata alla missione mi raggiunse in uno stato di dolore acuto all'udito. Rimasi sconcertato. Il superiore mi aveva telefonato: "Se sei consenziente, vieni a Parma immediatamente". Non mi era imposto di andare in missione, ma se ero d'accordo, dovevo lasciare subito la comunità saveriana di Vicenza di cui facevo parte.

Parlai del mio sconcerto a padre Pietro Uccelli: "per un malessere passeggero vuoi perdere I' occasione di andare in missione?", mi disse. Il parere veniva da un veterano della missione, educatore di giovinetti da inserire nella vita consacrata per l'evangelizzazione dei non cristiani. Non ebbi alcuna esitazione e subito partii.

Fui tra i primi quattro saveriani partiti dall'Italia, nel novembre 1950, per la nuovissima destinazione del Giappone. Là fummo preceduti ed accolti da sette saveriani espulsi dalla Cina di Mao e ivi rifugiati. Dal 1951 al 2001 ho collaborato con confratelli, con missionari di altre congregazioni e con il clero diocesano, soprattutto a favore dei diseredati e ammalati, sempre numerosi nelle grandi città come Osaka.

L'insistenza del superiore in missione a prendermi un po' di riposo in Italia creò in me l'ansia di non poter più ritornare. Sapevo di essere atteso dai poveri infermi negli ospedali. Mi resta il conforto di avere iniziato i gruppi cattolici a superare l'inclinazione di interessarsi solo dei cristiani, di prendersi cura e far visita anche agli altri.

Tornato in Italia, mi è stato proposto di venire ancora a Vicenza; ho espresso la mia serena adesione. Così ho fatto ritorno alla casa saveriana di Vicenza, da dove padre Pietro Uccelli mi congedò, oltre mezzo secolo fa, per riaccogliermi con il suo cuore nuovo di Servo di Dio. A lui e ai vicentini il mio grazie.



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