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P. Abeni e il cromosoma della missione

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P. Gianni Abeni nell’estate del 2022 era tornato a Brescia dal Camerun, dove si trova da 40 anni. Attualmente, si trova nella parrocchia di S. Giovanni Battista, a Bafoussam-Nefa, e collabora con la Comunità saveriana di Filosofia della stessa città. Ne era nata una chiacchierata finita poi nel cassetto… del computer. La riproponiamo ora.

Cos’è cambiato dall’ultimo ritorno?
Ho avuto la conferma che la missione è la cosa più bella. Se la vivi con passione dà una serenità unica. Il Signore mi ha messo nel cuore e nella testa il cromosoma della missione da sviluppare e far crescere. Anche se non si può fare tutto ciò che si vorrebbe, l’importante è essere tra la gente. Sto scoprendo ora che le persone quasi mi vogliono bene più di prima. Mi sentivo vecchio, ero pessimista, invece la nostra presenza è importante. Tutti mi salutano come il ‘nonno’ della missione. E mi fanno capire che è fondamentale avere qualcuno che si prenda cura di loro. Camminare insieme è ciò che apprezzano di più.

C’è un segreto?
Lasciare la possibilità di dedicarsi ad aspetti differenti, senza chiudersi in schemi predefiniti, assecondando il carisma dei diversi missionari. Finché non sarò di peso, mi piacerebbe restare accanto al popolo camerunese.

Sei in una realtà nuova?
Sì, quella degli immigrati anglofoni. Il Camerun ha una parte francofona che gestisce lo stato, ma anche una anglofona abbastanza grande e importante nella vita politica, economica del Paese, al confine con la Nigeria. Etnicamente sono camerunesi, ma non si sentono francofoni. Addirittura, quando è nato il Camerun era stato scritto che avrebbero avuto un’autonomia giuridica. Ciò non è avvenuto, perché la parte anglofona è una zona molto ricca di petrolio e minerali… Faceva gola. Così il governo ha bloccato questo processo ed è nata una guerra ‘civile’ che ha già provocato 5mila morti, nel silenzio di tutto il resto del mondo. Ora, gli anglofoni vorrebbero uno stato tutto per loro, l’Ambazonia (nome locale). Noi saveriani eravamo anche in quell’area, a Bamenda, che è la capitale degli anglofoni. Mi piace ricordare p. Italo Lovat e p. Piero Pini. In sei anni, la popolazione di Bafoussam è quasi triplicata. L’aumento è dovuto proprio ai cittadini anglofoni, non necessariamente poveri. La città è cresciuta ma non così le strutture di accoglienza (villaggi, case e scuole).    

Avete dato una mano?
Abbiamo pensato di creare una scuola in inglese per i bambini arrivati nella nostra parrocchia, in fuga dal conflitto. Avevamo una chiesina che abbiamo adibito ad aula. Ora vorremmo creare una scuola vera e propria per 150 bambini, ma ne sono previsti altrettanti. La scuola (elementare) sarebbe parrocchiale per poi essere ceduta alla diocesi. Abbiamo acquistato il terreno, grazie anche alle offerte generose degli amici bresciani (Acli di Borgo Trento e don Mario Neva). Ora il desiderio è di edificare la struttura. L’area si trova a 20 chilometri dalla sede centrale della parrocchia.

Sono in corso altri progetti?  
Da tempo è avviato un progetto di accoglienza di ragazze madri presso il dispensario “Le beatitudini”, sempre a Bafoussam. La struttura però è limitata. Vorremmo aiutarli a proseguire. L’anima di questo centro è la signora Valentine Djuatio. L’Africa spesso non si capisce, ma è in grado di mostrarti dei gesti che ti sorprendono. Prosegue poi il progetto di accoglienza dei ragazzi di strada a Yaoundé, iniziato da p. Armando Coletto e p. Paolo Maran. Anche in questo caso la gestione è affidata a due famiglie di laici che coinvolgono altre persone e amici.  

40 anni di presenza saveriana in Camerun…
Quando sono arrivato nel 1982, tra i primi saveriani chiamati ad aprire una nuova missione in Camerun, ero reduce dall’espulsione dal Burundi. L’impegno sociale attraverso il sistema delle Comunità di base era inviso al governo burundese. A Brescia, il mio parroco di allora alla Noce non mi faceva celebrare nemmeno la Messa, perché collegava l’espulsione ad una mia colpa. È stato un momento duro. Non pensavo saremmo approdati ad una realtà così bella come il Camerun-Ciad. Eravamo tutti timidi, timorosi, scottati dall’esperienza precedente. Abbiamo creato subito due comunità, una a Douala e l’altra a Yagoua, nel nord del Paese. Ma mai mi sarei aspettato che potesse realizzarsi tutto ciò che c’è oggi: oltre 40 saveriani, comunità, parrocchie, Filosofia e Teologia Internazionale… Senza contare le parrocchie cedute alle diocesi (solo 15 nella missione di Oyak, a Douala, il mio primo approdo). Lo sviluppo pastorale, umano e personale è stato straordinario.

Cosa ti ha colpito di più?
È commovente sapere che lo schema proposto, quello delle Comunità ecclesiali di base, è diventato il progetto di tutta la diocesi di Bafoussam e un modello da seguire. Ci sono seminaristi che dedicano le loro tesi a questo sistema di Plantatio Ecclesiae.

Il Paese com’è cambiato?
Si è sviluppato, anche a livello di infrastrutture. Ci sono stati momenti importanti a livello internazionale, come la Coppa d’Africa di calcio. La ricchezza proviene soprattutto dalla parte occidentale della nazione. Certo, i problemi restano. Il presidente Paul Biya, è in carica da quando siamo arrivati noi…



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