Nuova evangelizzazione in Colombia
Padre Claudio Bortolossi, friulano di Strassoldo, prezioso collaboratore delle nostre comunità, a fianco di p. Andrea Gamba e p. Enzo Tonini, ci racconta la sua esperienza missionaria.
Ringrazio Dio, perché l’esperienza in Colombia è stata la più bella e importante della mia vita. Per motivi familiari, sono arrivato in Colombia a 51 anni suonati. Mi sono sentito inviato dalla mia comunità e nei momenti difficili ho ricordato sempre di essere lì in nome della mia comunità e non per volontà personale.
Fin dall’inizio, sono stato accolto, stimato ed amato. A Buenaventura pastoralmente si facevano le stesse cose che in Italia, con la differenza che almeno in Italia gli adulti, in buon numero si accostano anche alla Comunione, mentre a Buenaventura solo i bimbi. Questo perché vivere senza il sacramento del matrimonio era il costume di tutti. Dopo un anno di intensa riflessione e ricerca, abbiamo scelto il cammino del Sine (Sistema integral de nueva evangelizacion) a cui ho dedicato tutto il mio tempo, intelligenza e volontà. È un cammino che si basa sulla formazione e sulla vita delle piccole comunità cristiane. Le comunità non sono formate da gruppi in base all’età o professione, ma per vicinanza territoriale. È evidente che per formare una comunità ci vuole almeno un anno di cammino, esigente e impegnativo.
Gli obiettivi sono chiari e sono tre: Santi, Fratelli e Apostoli. Ciò che più mi ha entusiasmato è che il cammino si rivolge ai laici ed è costruito dai laici. Il Pastore è coinvolto come uomo della comunione e della vita sacramentale, ma il cammino è fatto dalla gente che vive un’esperienza di Chiesa, mistero di comunione e di missione. Il cuore di tutto è la vita in comunità. È straordinario assistere al cambiamento e alla crescita soprattutto delle donne. Per una serie di motivi, la donna, sulla costa del Pacifico, si sente un po’ come un “oggetto”, ma dopo un cammino in comunità, nasce forte l’esigenza di essere rispettata e considerata per la propria dignità, per il suo ruolo familiare e sociale.
È esportabile questa esperienza? Ho dei dubbi. Il motivo credo risieda nell’individualismo diffuso e difeso, qui da noi. Siamo schiavi dell’orologio e abbiamo una gerarchia di valori ed un sistema di vita che mette al primo posto il risultato, l’efficienza. La gioia di incontrarsi e di condividere è lasciata ai momenti della vita familiare e raramente alla vita associativa comunitaria.
Non è colpa di nessuno, ma questo è il modello dominante e cambiarlo sarà ben difficile. Se è vero che un’esperienza vale per quanto incide sulla vita della gente, ebbene affermo che il Sine è un poderoso cammino, affinché i laici siano protagonisti nella vita di fede e quindi nella vita familiare e sociale.







