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Ci sono weekend che passano via lisci. E poi ce ne sono altri che ti restano addosso, come una domanda che continua a bussare. La prima formazione per i giovani che desiderano vivere un’esperienza missionaria quest’estate appartiene decisamente alla seconda categoria. Il tema scelto era diretto, quasi provocatorio: “Noi, in relazione - Conoscere se stessi attraverso gli altri”. E fin dai primi momenti è stato chiaro che non si trattava di un semplice slogan.

I partecipanti arrivavano da storie e città diverse (Cava de’ Tirreni, Taranto, Salerno) e non tutti si conoscevano. Eppure, qualcosa ha iniziato a muoversi subito. Come se lo spazio, il tempo condiviso, la disponibilità ad ascoltare avessero creato rapidamente un clima familiare, caldo, sorprendentemente vero.
Il sabato è iniziato con gesti semplici: l’arrivo, la sistemazione nelle camere, un pranzo conviviale insieme ai padri. Poi, senza grandi preamboli, il gruppo è entrato nella prima dinamica: presentarsi attraverso un oggetto simbolico, qualcosa capace di raccontare chi si è. Un gesto apparentemente leggero, che invece ha aperto porte profonde.

C’è chi ha scelto un oggetto legato al sole, spiegando: “Mi piacerebbe essere come il sole… illuminare chi incontro, anche quando io stessa faccio fatica”. Un’altra giovane si è riconosciuta in una palla di gomma, capace di adattarsi, di resistere agli urti, ma non senza paure: “So essere flessibile, ma ho il timore di essere calciata dove non voglio andare, di perdere la direzione”.
In quelle condivisioni non c’erano risposte giuste o sbagliate. C’erano sogni, fragilità, desideri, identità in costruzione. Qualcuno ha detto a fine giornata: “Non pensavo che raccontarmi così, davanti a sconosciuti, mi avrebbe fatto sentire capita”.

Fidarsi, guidare, lasciarsi guidare
Dopo un momento di preghiera, il pomeriggio ha alzato l’asticella emotiva. A coppie, uno dei due veniva bendato e guidato dall’altro. Un’esperienza semplice, ma intensissima. Chi guidava ha raccontato: “Avevo paura di sbagliare strada; sentivo sulle spalle la responsabilità dell’altro”. Chi camminava senza vedere ha vissuto qualcosa di diverso: “Ho dovuto attivare tutti i sensi; ascoltare i passi, percepire l’aria, fidarmi della mano che mi conduceva”. Un affidarsi non ingenuo, ma scelto. Qualcuno lo ha espresso così: “Fidarsi non è spegnere il cervello, è decidere di non camminare da soli”. Non è un caso che questa dinamica abbia risuonato con una parola del Vangelo: “Beati i poveri in spirito per me significa questo: presentarsi senza maschere, senza difese”.

Chiamati per nome, oggi
La domenica ha portato il gruppo ancora più in profondità. Gesù chiama i discepoli perché stiano con Lui e, per mandarli, ha fatto emergere una consapevolezza forte: la chiamata non è una cosa del passato, né per pochi eletti. Molti hanno scelto di scrivere. Perché alcune parole hanno bisogno di lentezza. E dalle pagine sono nate voci potenti. Una giovane ha affidato alla carta il suo desiderio di missione: “Mi sento chiamata ad andare verso l’altro. Non per salvare nessuno, ma per esserci. Donare un sorriso, un po’ di sollievo. Sapere di aver fatto la differenza, anche solo con un piccolo gesto, è la mia ricompensa”. Un’altra voce racconta una fede che resiste agli scoraggiamenti: “Ci sono persone che mi dicono che quello che faccio è inutile. Ma io so chi mi ha chiamata. E non voglio fermarmi”. C’è chi vive la missione come un impulso spontaneo, chi come una forza che sostiene, chi come un cammino per conoscersi davvero: “Aiutare gli altri è anche un modo per capire chi sono e qual è il mio posto nel mondo”.

La relazione che trasforma
Tutto questo ha trovato sintesi nell’ultimo cerchio di condivisione. Tre domande semplici, risposte profondissime. Come ti sei sentito?Libero; accolto; finalmente visto. Qualcuno ha detto: “Pensavo di essere chiuso, invece mi sono scoperto capace di aprirmi”. Qual è il messaggio che porti con te? Da soli non si arriva ovunque; stare è più importante del fare; condividere alleggerisce. E per migliorare? Più tempo insieme, più Parola, più silenzio, più concretezza, più dialoghi personali. Segni di un’esperienza viva, che non si accontenta.

Una chiamata per tutti
Questa formazione ha ricordato una verità spesso dimenticata: la chiamata non ha un’unica forma. Non riguarda solo la vita consacrata, ma passa attraverso il matrimonio, il lavoro, la vita laicale, i piccoli servizi quotidiani. La missione non è un privilegio per pochi, ma una responsabilità condivisa. Come è stato ricordato: “Siamo ricchi solo di ciò che sappiamo condividere” (Ermes Ronchi).
E forse è proprio questo il cuore di tutto: nessuno si scopre da solo, nessuno parte da solo. È nella relazione che si cresce, si cade, si riparte. Ed è insieme che si può davvero camminare.



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