Nessuno sia sommerso
Gabon e Niger. Dopo il golpe che ha messo fine al ‘regime’ di Ali Bongo Ondimba, il generale Brice Oligui Nguema ha prestato giuramento come Presidente della Transizione, promettendo “elezioni libere, trasparenti, credibili e pacifiche”, senza specificare quando. L’intenzione è adottare prima una nuova Costituzione tramite referendum, per istituzioni più democratiche e rispettose dei diritti umani. L’opposizione ha invitato la comunità internazionale ad incoraggiare la giunta a restituire il potere ai civili. L’Unione Africana, l’Unione Europea, l’ONU e gran parte delle capitali occidentali hanno condannato il colpo di Stato. La Comunità economica degli Stati dell’Africa centrale ha sospeso il Gabon dall’organizzazione. Il futuro si profila incerto.
“Del Niger, fino al 26 luglio, si è parlato sempre poco o nulla. La comunità internazionale, così giustamente attenta alle condizioni di vita del presidente detenuto in ostaggio dai militari, non sembra altrettanto attenta e preoccupata dalle condizioni di vita ‘degradanti’ di buona parte del popolo. Sono ormai molti i cittadini che, nella saggia stoltezza del momento presente, credono e sperano che un altro Paese sia possibile” (p. Mauro Armanino, SMA).
Ciad: convivenza difficile. “Anche se in Europa non se ne parla molto, dal 15 aprile in Sudan, è in corso un drammatico scontro armato tra fazioni rivali, comandate da due generali che si contendono da anni il potere. Questa guerra fratricida sta provocando in tutto il Paese la fuga della popolazione verso i Paesi limitrofi, in particolare il Ciad. L’afflusso si prevede che non si arresterà e il ritorno alla pace è lontano”. È l’appello lanciato dal Vicariato di Mongo, in Ciad. Tre milioni le persone in fuga, di cui quasi un milione approdate nei Paesi già gravati a loro volta da crisi umanitarie e numeri altissimi di sfollati. Ci sono difficoltà nell’erogare assistenza a causa della chiusura di mercati e frontiere per la guerra in corso.
Bangladesh: crisi Rohingya. “A sei anni da quando centinaia di migliaia di Rohingya furono costretti a fuggire dalle loro case in Myanmar per rifugiarsi nel vicino Bangladesh, sottoposti a un’escalation di violenze e atrocità da parte delle forze di sicurezza del Myanmar, nessuno è stato ritenuto responsabile di questi crimini”, ha dichiarato Nicholas Koumjian, a capo del “Meccanismo investigativo indipendente per il Myanmar”, creato nel 2018 dalle Nazioni Unite per lavorare a favore della giustizia. Intanto la situazione degli attuali 700mila rifugiati si aggrava. Non possono muoversi né lavorare e dipendono completamente dai finanziamenti dei donatori per sopravvivere in campi profughi che dovevano essere provvisori.
Ecuador: due problemi. Un Paese ancora sotto choc per l’uccisione del candidato Fernando Villavicencio ha votato per il primo turno delle elezioni presidenziali e per il referendum per permettere o vietare le trivellazioni petrolifere nel Parco. Il 59,14% degli ecuadoriani si è espresso contro le trivelle nell’Amazzonia ecuadoriana. Al ballottaggio del 15 ottobre andranno, invece, Luisa Gonzalez, candidata del partito socialista e “delfina” dell’ex Presidente Rafael Correa condannato per corruzione a 8 anni di carcere e rifugiato in Belgio dove ha ottenuto asilo politico, e il candidato della destra, Daniel Noboa, membro di una ricca famiglia di esportatori di banane. In Ecuador bande legate ai cartelli messicani e colombiani si scontrano per il business della droga e usano le carceri come loro centro operativo. Ma sono soprattutto le condizioni economiche a preoccupare gli ecuadoregni. Le due problematiche, povertà e criminalità, sono collegate.
Sri Lanka: lieve ripresa Il tema principale è il lento processo di uscita dalla crisi economica che ha flagellato il Paese lo scorso anno. Metà della popolazione è in sofferenza su tre versanti: istruzione, salute, tenore di vita e in 12 indicatori, tra i quali la frequenza scolastica, condizioni fisiche, malattie, disoccupazione e indebitamento. L’economia sembra in ripresa, ma i numeri devono ancora tradursi in un sollievo concreto per la maggior parte dei cittadini e il programma di sostegno sociale non sembra ancora bastare.
Le iniziative
Nuova Commissione
In vista del Giubileo 2025, Papa Francesco ha costituito presso il Dicastero delle Cause dei Santi la “Commissione dei Nuovi Martiri - Testimoni della Fede”, a cui ha affidato il compito di elaborare un Catalogo di tutti coloro che hanno versato il loro sangue per confessare Cristo e testimoniare il suo Vangelo. I nuovi martiri “sono vescovi, sacerdoti, consacrate e consacrati, laici e famiglie, che nei diversi Paesi del mondo, con il dono della loro vita, hanno offerto la suprema prova di carità (cf. LG 42)”. La ricerca riguarderà non soltanto la Chiesa cattolica, ma si estenderà a tutte le confessioni cristiane. La Commissione sarà presieduta dall’Arcivescovo Fabio Fabene, con Vicepresidente il professor Andrea Riccardi. Tra i membri della Commissione anche p. Dinh Anh Nhue Nguyen, segretario generale della Pontificia Unione Missionaria (PUM). A proposito di nomine, mons. Samuele Sangalli da pochi mesi è il nuovo Sotto-Segretario del Dicastero per l’Evangelizzazione, Sezione per la prima evangelizzazione e le nuove Chiese particolari.
Le voci dei vescovi
Migranti, ambiente e pace
Il cardinale Matteo Zuppi si è espresso sul tema migranti. “Serve un sistema di protezione e di accoglienza sicuro per tutti, un sistema legale perché solo con la legalità si combatte l’illegalità, cioè il criminale lucro di persone. E l’Europa deve garantire i diritti che detiene, assicurando flussi che siano corridoi umanitari, di lavoro, universitari, ricongiungimenti familiari, l’adozione di persone che cercano solo qualcuno che dia fiducia e opportunità senza dimenticare l’umanissima e responsabile legge del mare, regola di umanità per cui chiunque sia in pericolo va salvato e custodito. Nessuno sia sommerso; sicurezza, pace, benessere non sono perduti se accogliamo, ma si perdono quando li teniamo per noi. L’Italia, l’Europa ritrova sé stessa grazie all’accoglienza...”.
In Giappone, i vescovi si sono schierati contro lo sversamento nell’oceano delle acque contaminate di Fukushima. “Il governo dovrebbe ascoltare con umiltà le proteste dei residenti locali e dei pescatori dell’Asia Orientale, delle isole del Pacifico e di altre persone in patria e all’estero. Per quanto tempo saranno rilasciate? Quale sarà alla fine l’inquinamento? Tutte le distruzioni ambientali sono un problema che deriva dalla nostra negligenza nel ritenere che una certa quantità sia tollerabile. Non permettere mai questo atto oltraggioso è una questione di etica e di responsabilità nei confronti della terra di domani e dei figli del futuro”.
In Colombia, invece, l’attenzione si è alzata sui minori, dopo l’uccisione di quattro di loro di origine indigene. “La pratica scandalosa e crudele di reclutare minori e usarli per la guerra, così frequente da parte di diversi gruppi armati, indica l’alto livello di degrado del conflitto nel paese. Lo Stato colombiano deve garantire la protezione dei bambini, delle bambine e degli adolescenti, pagando il debito storico che ha con loro. La ricerca della pace, basata sul rispetto per la vita, la dignità umana e il dialogo, è la strada per superare le molteplici violenze nel paese”.
Una storia speciale
Don Caniato, prete da “galera”
A fine aprile, si è spento a 95 anni mons. Giorgio Caniato, storico prete di San Vittore e ispettore generale dei cappellani delle carceri italiane. Fu uno degli ispiratori, quasi “il motore nascosto” del Giubileo dei carcerati nel 2000, voluto da Giovanni Paolo II. Ha legato tutto il suo ministero di semplice prete “da galera” per stare sempre in ascolto dei reclusi a San Vittore. Don Caniato si è dedicato per oltre mezzo secolo alle persone che avevano commesso reati, ma di una cosa si era convinto: “Il carcere è una struttura anti-umana e anti-cristiana”. Nel 1997 diventa ispettore dei cappellani e si trasferisce a Roma, un impegno che lascerà solo a 83 anni. A luglio del 2000 era con Giovanni Paolo II alla Messa per il Giubileo dei carcerati a Regina Coeli. Promotore dell’indulto, diceva: “Questo provvedimento va incontro a molte situazioni di grave difficoltà relative al sovraffollamento al limite dell’umano”. Ferma fu la condanna per le condizioni di detenzione sperimentate da Stefano Cucchi prima della sua tragica morte nel 2009: “Il carcere è una struttura repressiva. Ci sono uomini detenuti e altri che li devono tenere. Non c’è collaborazione, ma uno scontro strutturale”.






